Riflessioni per venirci incontro il più possibile

Siccome tengo a questo piccolo spazio, mi voglio impegnare a tenerlo vivo nonostante il periodo di esami universitari.

Per analizzare i vari punti della diagnosi ci vuole tempo, oltre al fatto che devo trovare il modo giusto per parlarne senza lasciarmi andare a sconclusionati flussi di coscienza che rischiano di non far arrivare il messaggio come voglio portando a un fraintendimento.

Il 18 giugno è stato l‘Autistic Pride Day, una ricorrenza che ho scoperto grazie alla pagina Facebook Bradipi in Antartide , pagina che spiega la nostra condizione tramite le “avventure” di un bradipo con tutte le sue difficoltà. Vi consiglio di darci un’occhiata. Questa giornata aveva un valore particolare perché non è stata decisa da associazioni, ma dagli autistici per sè stessi. Ci sarà modo di parlare delle due Giornate Mondiali del 18 febbraio – dedicata specificatamente alla Sindrome di Asperger – e 2 aprile Consapevolezza dell’Autismo -. Approfondirò entrambe le giornate e la rappresentazione che si portano dietro quando sarà il momento.

Oggi volevo porre l’attenzione su una riflessione legata a un tema che ho già trattato in un altro articolo: il linguaggio e la sua importanza se legato a determinati contesti che richiedono maggiore sensibilità .

Quando si parla di autismo si tende a utilizzare espressioni che, per quanto possano essere usate in buona fede, potrebbero avvicinarsi all’abilismo ovvero “affetto da” o “con autismo”. Se si dovesse ragionare sui livelli di gravità delle due espressioni, la prima è indubbiamente la peggiore.

Ho sottolineato e sottolineerò che l’Autismo non è una malattia. Ne segue che la prima espressione va evitata sempre e davvero è assimilabile all’abilismo. Una malattia ha bisogno necessariamente di una cura quindi definirci “affetti da \ malati di autismo” passa un’idea fuorviante che alimenta l’emarginazione e la discriminazione delle persone autistiche. Ci sono numerose controversie nate da metodi obsoleti con lo scopo di “curare” una condizione dalla quale non si può guarire, ma con la quale semplicemente impari a convivere.

La seconda espressione, invece, potrebbe essere usata in buona fede. Il punto è che potrebbe far passare l’idea, anche in questo caso fuorviante, secondo la quale l’autismo sia una specie di “accessorio da portare con sé che può anche essere lasciato da parte” . Molti autistici, tra i quali la già citata pagina dei Bradipi in Antartide, fanno ironia su questo modo di dire citando Karate Kid modificando la frase da “Metti la cera, togli la cera” a Metti l’autismo, togli l’autismo”. Dato che parliamo di sfumature, non si può pensare che la persona autistica abbia il giusto autocontrollo in ogni situazione soprattutto se questa genera in lei crisi forti ma non visibili perché è la prima che si autoreprime per paura di “spaventare gli altri”. L’autismo è parte della persona, non può essere scisso in alcun modo dalla stessa. Ho sentito che alcuni accettano questa locuzione senza problemi, ma, appunto, la gran parte non la gradisce perché l’Autismo non è un accessorio che ti porti dietro e del quale puoi “fare a meno“, se lo sei lo resti tutta la vita anche quando impari strategie per vivere in questa società nonostante gli ostacoli che ti si parano davanti sotto tutti i punti di vista.

E’ un altra “infarinatura generale” che sentivo di dover fare prima di entrare nel merito di una condizione così complessa. Ogni punto avrà la sua analisi partendo dalla mia esperienza personale nella quale spero che alcuni si potranno rispecchiare mentre altri probabilmente no. Va bene così, dopotutto siamo tutti diversi, anche tra noi. Con il tempo spero che questo viaggio nella mia mente possa fare la differenza per tanti altri.

A presto,

Cate L. Vagni

Pubblicato da Cate L. Vagni

Laureata in lettere moderne e frequento la Laurea Magistrale in Scienze Archivistiche e Biblioteconomiche. Piccolo spazio personale dove poter esprimermi su ciò che mi sta a cuore.

10 pensieri riguardo “Riflessioni per venirci incontro il più possibile

    1. Grazie. Ho aperto questo spazio per sensibilizzare ed era doveroso aprire questa parentesi sul linguaggio. Non è così scontato che anche se sei parte di un gruppo tu sappia usare i termini corretti, il rischio di ferire c’è sempre e io non vorrei mai farlo altrimenti il mio lavoro perde valore

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  1. nutro una piccola e profonda speranza che questo articolo sia nato in parte anche dal consiglio, che ti detti qualche settimana fa, sul fornire ai lettori un’infarinatura sulla terminologia più idonea. Ricordo ancora quando un pomeriggio via chat mi apristi gli occhi sul fatto che involontariamente in buona fede usai il termine “con autismo”.Premetto che la stragrande maggioranza eviti già di usare il termine “affetto da” perché, se è noto alla comunità scientifica che l’autismo non è una malattia, perché qualcuno dovrebbe esserne affetto? Se viene usato il termine “affatto da” significa che l’individuo, che sta usando questa espressione, ha l’intento di screditare il suo interlocutore, nel caso sa autistico. Quello che mi ha spiazzato è invece il fatto che anche il termine “con autismo” fosse involontariamente offensivo. Credo che questo termine sia usato dal 90% delle persone e sono convinta, come lo ero io prima di te, che tutti lo usino in buona fede. Ammetto che all’inizio non capivo la differenza a livello grammaticale… rapportando il tutto alla mia condizione, ti risposi che per me, che soffro d’asma, era indifferente dire o sentirmi dire “ragazza asmatica” o “ragazza con asma”… io stessa uso entrambe le terminologie. Poi, ragionandoci su ho capito che l’essere autistico o Asperger è una condizione che prende in toto la persona ed allora ho fatto un altro parallelismo… tutti dicono “ragazzo/a omosessuale” ma nessuno direbbe “ragazzo/a con omosessualità”… un altro esempio potrebbe essere “ragazzo/a trans” e nessuno dice infatti “ragazzo/a con transessualità perché l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono parte integrante dell’individuo, della propria essenza, per tutta la vita. Ed è così che ho capito le tue parole. Poi però ho dovuto fare i conti con la mia coscienza e mi sono detta: “perché ho sempre pronunciato in prima persona le parole “con autismo”?, perché pensavo che in questo modo avrei esposto la questione in maniera congrua e delicata, come se dire “con autismo” fosse un modo più rispettoso o soft di approcciarsi a questo mondo… e perché il 90% delle persone pensa che questo sia corretto? Perché ci hanno sempre insegnato sin da piccoli che dare dell’autistico ad una persona è un’offesa e ha una connotazione estremamente negativa… eccoti servito l’elemento discriminatorio, sul quale si regge il tutto!

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    1. Forse sì, in parte era nato anche dalla nostra conversazione. Bisogna aiutare le persone a capire prima di addentrarsi nei vari aspetti della diagnosi. Ottimo il parallelismo con l’omosessualità. Hai colto perfettamente il punto: nessuno slegherebbe mai l’omosessualità dalla persona ma con l’autismo lo si fa troppo spesso. Anch’io credo nella buona fede degli altri ma non è sempre facile farlo. Dire “persona Autistica” non è offensivo, lo è molto di più cercate eufemismi come si fa con tutte le disabilità. Riflettere sul linguaggio è doveroso e penso che lo farò sempre anche a costo di diventare pesante. La gente deve capire che certe espressioni non vanno usate a cuor leggero perchè possono ferire.

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      1. bene, sono fiera di aver contribuito alla promulgazione di questa criticità! esatto, ancora la società crede che dire “ho un amico autistico” equivalga a dire “eh poverino, ho un amico autistico, non è normale come tutti noi, che ci vuoi fare”, mentre dire “un amico con autismo” è come dire “è mio amico, è una brava persona, c’ha solo sto difettuccio che di tanto in tanto viene fuori” quindi sì è relegare la condizione ad alcune isolate manifestazioni, senza comprendere che invece è una condizione permanente H24! sempre per fare un parallelismo se io dicessi “ho un amico con omosessualità” sarebbe come dire “ho questo amico, che è meraviglioso, però sai di tanto in tanto, qualche volta al mese, quando l’ormone prevale ha la passione degli uomini, poi però gli altri giorni no” XD
        e questo perché ci hanno sempre insegnato che dare dell’autistico, del dawn, dell’handicappato è offensivo, perché è come se fossero tutti sinonimi della parola “inferiore” o “limitato” o “diverso”… quando riusciremo a slacciare queste parole da altre dai sottintesi discriminatori allora la società avrà fatto un passo in avanti… però amica mia, ho paura che ci vorrà ancora un po ‘ di tempo, tanta tanta pazienza , tanta informazione e promulgazione

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