Di rifugi, bibliotecari coraggiosi e storie di guerra: La Biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles

In questo articolo parlerò di un libro appena concluso che ho ricevuto dal mio ragazzo per il mio compleanno ed è stato una rivelazione: La Biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles.

Il romanzo è una fiction storica. Mi è stato regalato proprio perché è la storia di una bibliotecaria. Ma si è rivelato molto di più di questo. Iniziamo questa analisi che spero non risulti confusionaria dato che è una sorta di commento a caldo.

Una foto dell’American Library di Parigi contenuta nel romanzo.

La storia è articolata su due linee parallele in due luoghi e anni che sembrano lontani ma in realtà sono due facce della stessa medaglia, così come le due protagoniste Odile e Lily.

Odile Souchet è una giovane aspirante bibliotecaria che vive a Parigi nel 1939. La ragazza ha terminato brillantemente i suoi studi in biblioteconomia e sogna di lavorare all’American Library.

Mi hanno fatto sorridere i vari richiami alla Classificazione Decimale Dewey che è alla base del lavoro del bibliotecario. Una delle frasi che mi ha molto colpito viene dal colloquio tra la ragazza e la direttrice, la signorina Reeder: alla domanda ” Chi è il tuo autore preferito?” la ragazza risponde “Dostoevskij” dove tutti rispondono Shakespeare o romanzi come Jane Eyre. Data la reazione incredula della sua interlocutrice, Odile teme di aver risposto nella maniera sbagliata e si affretta a dire che apprezza sia Shakespeare che Charlotte Brönte. La reazione incredula della sua interlocutrice in realtà non ha nulla di negativo infatti le dirà che apprezza il fatto che Odile risponda come lei ritiene giusto e non come dovrebbe solo per compiacere l’interlocutore e il colloquio si conclude con la signorina Reeder che le dice di non aver paura di essere diversa.

Questa conversazione mi ha molto colpita e ho sentito un’affinità ancora più forte con Odile perchè anch’io avrei risposto come lei molto probabilmente.

L’altra linea è ambientata a Froid, Montana nel 1983.

Odile Gustafson, chiamata Sposa della Guerra, vive vicino alla nostra seconda protagonista, Lily. Lily racconta il loro rapporto e tutto ciò che vive come ogni adolescente della sua età come l’amore, l’amicizia e la gelosia con la guida di questa signora che la aiuterà ad avere una prospettiva diversa su situazioni che la ragazza prende troppo impulsivamente lasciandosi trasportare dall’emozione del momento e le insegnerà il francese.

Il romanzo, che in una visione più superficiale, può sembrare frivolo – anche se, forse, si dovrebbe sdoganare anche questo pregiudizio legato alle storie d’amore e ai romanzi rosa ma è meglio non divagare.-, si rivela assai profondo dopo poche pagine: ci vengono presentati i colleghi di Odile, gli utenti della Biblioteca, la sua famiglia e il suo rapporto con il gemello Rèmy e il fidanzato Paul da un lato e la famiglia e le amiche di Lily, Mary Louise e la sorella Angel, dall’altro. La vita di Lily è presto scossa da un lutto doloroso e dal dover accettare una nuova persona nella famiglia contro la sua volontà.

La storia di Odile, invece, verrà sconvolta dall’invasione dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ed ecco che ci ricolleghiamo al titolo dell’articolo: l’American Library diventa un rifugio per gli utenti e a ogni pagina si vive con il fiato sospeso per via dell’incertezza che la biblioteca possa sopravvivere alla censura ma anche alla mancanza di fondi, trattandosi di una biblioteca americana su suolo francese.

Ogni personaggio che circonda Odile ha il suo peso nella narrazione e la sua personalità. I bibliotecari diventano parte attiva nella Resistenza nel momento stesso in cui decidono di portare i libri agli utenti ebrei ai quali viene negato l’accesso alla biblioteca e inviano libri ai soldati prigionieri che stanno combattendo.

Una frase che, per motivi diversi, viene ripresa in entrambe le linee temporali è ” Leggere è pericoloso” . Una frase molto forte. Non posso entrare nel merito del contesto nel quale sono inserite perché, se nel primo caso la frase si trova nelle prime pagine, nel secondo è quasi alla fine ma è bene riflettere sulla forza di un’affermazione del genere.

C’è una scena proprio sul finale che ancora mi scuote che descrive la violenza ai danni di uno dei personaggi che ha su di sè una doppia etichetta della quale “vergognarsi“, ovvero Margaret, della quale vorrei tanto parlare ma non posso perché rappresenterebbe uno spoiler troppo grande.

Parliamo di Seconda Guerra Mondiale da un lato e Guerra Fredda dall’altro con spaccati di vita di due ragazze che vivono esperienze formative speculari anche se la fine della storia di una non è altro che l’intersezione con l’altra.

In conclusione lascio la citazione dell’ex libris della American Library e l’invito a leggere le note dell’autrice e l’intervista a fine romanzo, intitolata ” << Con i libri si abbattono le barriere >>. Una conversazione con Janet Skeslien Charles ” che vi aiuteranno a capire che l’esperienza personale dell’autrice ha un ruolo chiave nella decisione di narrare questo periodo storico.

Atrum post bellum, ex libris lux

Ex Libris della American Libary

A presto,

Cate L. Vagni

Pubblicato da Cate L. Vagni

Laureata in lettere moderne e frequento la Laurea Magistrale in Scienze Archivistiche e Biblioteconomiche. Piccolo spazio personale dove poter esprimermi su ciò che mi sta a cuore.

9 pensieri riguardo “Di rifugi, bibliotecari coraggiosi e storie di guerra: La Biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles

  1. Secondo me lo spoiler più grande di tutta questa recensione è sapere che anche tu al colloquio, proprio come una delle due protagoniste, avresti risposto Dostoevskij…E’ il tuo autore o uno dei tuoi autori preferiti ed io non lo sapevo???

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    1. No aspetta, il senso del discorso non era quello ahah anche perché io non ho mai letto nulla di Dostoevskij xD la frase vuole dire che forse anch’io a una domanda del genere risponderei con un autore che nessuno cita perché per me è la risposta sincera. Tra l’altro la risposta di Odile in realtà è ragionata perché con il padre hanno fatto una divisione tra “autori preferiti vivi” e “autori preferiti morti” e tra tutti lei ha scelto Dostoevskij. Lei cita sempre la Classificazione Decimale Dewey applicandola alla vita quotidiana 😂😂😂

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      1. Ah ecco XD Quindi è un inno al sentirsi se stessi ed esprimere sempre il proprio giudizio critico, anche in quei contesti, in cui potrebbe risultare sconveniente! Adesso ho capito! 🙂

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