Di routine, confort zone e cambiamenti improvvisi

In questi giorni sento una grande necessità di trattare questo argomento che ho già introdotto in un altro articolo ovvero la routine e la sua importanza per l’equilibrio della persona autistica.

E’ un momento in cui lo sento come un argomento particolarmente sensibile, più di quanto non lo sarebbe già di per sé in generale.

Da marzo a maggio c’è stato un lockdown totale che ci ha impedito di uscire. La mia routine, quando tornavo da Firenze nel fine settimana, si divideva tra studio e uscite pomeridiane con il mio ragazzo e le mie amiche. In un primo momento ho potuto continuare a farlo ma sono bastati pochi giorni perché la mia quotidianità venisse completamente scombussolata e mi sono trovata a passare l’intera giornata ad ascoltare le lezioni senza fare altro se non qualche lezione di Zumba due volte a settimana.

Veniamo al punto: in quei due mesi tutti abbiamo dovuto rinunciare alla nostra quotidianità e a qualcosa che ci faceva stare bene come lo sport, ma la prospettiva che voglio dare è un’altra: nell’Autismo pianificare la giornata e poterla rispettare previene il sopraggiungere di crisi di shutdown e meltdown. E’ complicato accettare imprevisti che fanno saltare parte della giornata anche se magari metti in conto che possano succedere.

Nel mio caso non ho una effettiva pianificazione della giornata, o almeno, non scritta: mi alzo verso le nove e mezza e studio sia la mattina che il pomeriggio prima di uscire verso le cinque. Ci sono stati momenti in cui hanno provato a farmi una pianificazione della giornata di studio se un esame andava male ma non funzionava perché io non ho riesco a studiare mattina e pomeriggio per più di due ore. Un argomento che approfondirò con la dovuta ricerca è la memoria – sia a lungo che a breve termine – nella mia condizione: io, per esempio, in quel tempo che potrebbe sembrare poco, riesco a memorizzare parecchie informazioni per poi ripeterle e mi stufo facilmente di rileggerle. Per questo con me è controproducente uno studio che dura praticamente una giornata intera. Mi alzo presto solo se so di avere qualcosa di pianificato la mattina a una certa ora, come un esame o la lezione telematica per fare un esempio concreto legato al periodo.

Nei mesi in cui ero chiusa in casa l’unico modo che avevo per vedere il mio ragazzo e le mie amiche erano le videochiamate. Essendo una persona molto affettuosa sentivo davvero la mancanza di questo aspetto anche se ero comunque felice di poter sentire chi è importante per me. Quando i programmi saltano ho attimi carichi di ansia e confusione non perché pretendo la presenza di queste persone senza contare le loro necessità. E’ un discorso assai delicato dato che nel mio caso è legato a una paura specifica, quella della solitudine, ormai radicata in me per via di alcuni aspetti del mio vissuto. Con il tempo e le dovute cautele ne parlerò, non è facile. Non c’entra la maturità, sono reazioni impulsive che ho come somma di varie situazioni che, anche se momentanee, mi travolgono e non riesco a ragionare razionalmente.

Parlando di confort zone, dopo il discorso sopracitato si potrebbe pensare che viaggiare non piaccia perché è uno sconvolgimento della routine. A me viaggiare piace molto e potrei raccontare tante esperienze che ho fatto. E’ sicuramente una microfrattura di una giornata monotona e non modificata quasi mai. Sono felice di cambiare aria perché, in effetti, dopo un po’ mi sta stretta. Sembra che io non accetti le gite fuori porta, soprattutto se proposte all’ultimo, ma il punto non è questo: l’idea potrebbe anche piacermi però sarebbe meglio darmi il tempo di prepararmi dato che lo studio è molto importante nel bilanciamento della giornata. Se in un primo momento potrebbe sembrare che io opponga resistenza è vero fino a un certo punto visto che la maggior parte delle volte modifico le mie abitudini per poter rendere possibile un programma che non potrebbe essere realizzato in altro modo. Ad esempio, può capitare di anticipare il pranzo invece della cena con amici e quindi in quel caso il pomeriggio non posso studiare. Una volta ogni tanto lo accetto ma non è possibile scambiare sempre pranzo e cena per il motivo appena citato.

Spero che il mio discorso sia comprensibile, avevo bisogno di parlarne anche considerando che mantenere la routine in questo anno è una sfida più che accettare i cambiamenti. Ci sono autistici che sono contenti di poter vivere tra le mura domestiche e non uscire, per me non è tanto la passeggiata l’importante ma il poter vedere le persone con le quali sono a mio agio dato che non è stato facile trovarle. Il macrotema dell'(an)affettività nell’Autismo è talmente sensibile, soprattutto per me, che sarà complicato parlarne e passerà parecchio tempo prima che io ci riesca.

A presto,

Cate L. Vagni

Ps: Diciamocelo, volendo trovare un lato positivi a questo scombussolamento si può dire che senza la quarantena non mi sarei mai decisa ad aprire il blog per via del mio scetticismo perché sembra un’idea ormai superata visto che ora su YouTube puoi – più o meno, non mi addentro nelle regole della piattaforma perché sarebbe un vera confusione – parlare di ogni argomento solo che io mi vergogno abbastanza all’idea di registrarmi. E’ nato il mio piccolo scaffale dei sogni e non potrei essere più felice.

Pubblicato da Cate L. Vagni

Laureata in lettere moderne e frequento la Laurea Magistrale in Scienze Archivistiche e Biblioteconomiche. Piccolo spazio personale dove poter esprimermi su ciò che mi sta a cuore.

10 pensieri riguardo “Di routine, confort zone e cambiamenti improvvisi

  1. Che dire? Hai scritto un bellissimo articolo che riguarda tutti noi e, in particolar modo, chi deve fare i conti con l’autismo. Organizzare le giornate non è semplice, soprattutto se le regole cambiano da un giorno all’altro. Però sei riuscita a trovare un lato positivo: il tuo blog! E non è poco, considerando che è il tuo spazio nel quale puoi sfogarti e scrivere ciò che vuoi…😉

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  2. “anche se ero comunque felice di poter sentire chi è importante per me” – “ma il poter vedere le persone con le quali sono a mio agio dato che non è stato facile trovarle” da tua carissima queste parole non possono che rinfrancarmi il cuore! le videochiamate sono state un toccasana anche per me, che per circa 2 mesi non ho mai messo piede fuori (giusto nel terrazzo a prendere un po’ di sole e qualche boccata d’aria fresca). Ammetto che sono state anche videochiamate molto divertenti, dove abbiamo avuto modo di consolidare ancora di più la nostra amicizia e di conoscere meglio i gusti e gli interessi di ciascuno di noi!
    Mi avevi già spiegato sommariamente quanto sia importante per te la routine, da non intendersi come imposizione sugli altri delle tue volontà e dei tuoi ritmi, ma come necessità quotidiana per evitare meltdown e shutdown.
    So quanto purtroppo gli imprevisti possano arrivare addirittura a farti soffrire non solo mentalmente ma anche fisicamente, ma ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, benché percepiamo che tu rimanga momentaneamente smarrita e benché cerchiamo da amici per quanto possibile di evitarteli, cerchi sempre di venire incontro agli altri: non fai muro come dici e mai hai dato la sensazione di voler a tutti i costi anteporre le tue necessità sugli altri, ma piuttosto rendi manifesto quanto tu venga travolta dall’ansia e dalla paura, che ti si leggono in faccia. Paura, che, come ci riveli, scaturisce da brutte esperienze passate, che ti hanno scalfito e che ti fanno essere tutt’ora più sospettosa e guardinga (in alcuni casi, quando l’ansia prevale del tutto, oserei dire anche tragica).
    Comunque sappi che mia madre ha la stessa tua identica reazione, anzi direi molto peggio della tua: se qualcosa non va come programmato, arriva a perdere la pazienza facilmente e prova disagio e sofferenza (lei per esempio somatizza molto sul cuore, quindi arriva a soffrire di cardiopalmo), che poi esprime sotto forma di valanga verbale non del tutto piacevole.
    Sappi che io invidio tantissimo la tua memoria: io che sono una smemorata cronica per imparare 2 concetti in croce devo ripeterli più volte, devo convincere me stessa che l’ho immagazzinati!
    Comunque, nonostante la nostra amicizia duri ormai da 1 anno e mezzo, grazie a questo articolo ho imparato ancora meglio a decifrarti: ad esempio non avevo capito quanto fosse centrale lo studio nella tua routine e ho capito solo ora il discorso del preferire uscire la cena piuttosto che a pranzo.
    So che sei stata una globetrotter sin da piccola, quindi non ho mai pensato che non amassi i viaggi… io diciamo che non amo molto viaggiare in lungo e in largo: sono esattamente quel tipo di persona che ama le brevi escursioni, le gite fuori porta dalla durata di 2/3 giorni, perché dopo un po’ incomincio a sentirmi persa e a sentire il richiamo di casa. Quindi ad una vacanza di 15 giorni preferisco gite fuori porta, che mi portino a scoprire posti del mio territorio che ancora non conosco (diciamo che sì mi prende una certa ansia a sapermi a troppi km di distanza da casa per un periodo troppo prolungato). Ergo sappi che, appena usciremo da questa seconda ondata, sei prenotata per qualche bella gita fuori porta (ovviamente programmata con congruo anticipo per lasciarti la possibilità di organizzarti).
    Per concludere un cin cin al tuo blog, che è la dimostrazione lampante di come, anche nei momenti di difficoltà, si possano comunque produrre progetti importanti, come quello che hai intrapreso!

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    1. Non credo di dover aggiungere altro. Sì, purtroppo l’ansia mi rende tragica se è troppa e tendo a giungere a conclusioni affrettate. È così complicato. Non per dirlo ma in passato era più facile che fossero gli altri a non essere accomodanti con me e sai benissimo a chi mi sto riferendo purtroppo… Sembra un opporre resistenza ma non è così solo che ovviamente non posso saltare lo studio pomeridiano ogni volta. La cena è sempre più comoda. Io accetto tutto purché sia posto con rispetto e non mi senta derisa perchè ho reazioni che sembrano esagerate e immature anche se vogliono comunicare altro che non ha nulla a che vedere con la maturità. Il concetto di esagerazione poi mi dà veramente fastidio perché non è giusto giudicare le emozioni come tali visto che sono irrazionali. Il discorso sul “non piace viaggiare” era da intendersi come generalizzazione e supposizione visto che potrebbe venir da pensare che magari le persone Autistiche prendano male l’idea di viaggiare perché è una modifica momentanea alla routine. Era quello il senso, infatti in ogni caso per me non vale xD

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  3. Il messaggio, che ci tengo a far passare, è che non sei ingestibile come alcuni ti hanno ritratta in passato né ben che meno vittima o immatura… semplicemente vivi un mondo interiore completamente amplificato come se vivessi dentro una cassa di risonanza e ti aggrappi giustamente a tutto ciò che ti può far stare bene e che non ti metta troppo stress addosso. Cerchi solamente di ricreare quotidianamente la tua oasi felice (e chi può biasimarti) e questo è sacrosanto! Ovviamente anche i piccoli imprevisti, che per i più sono motivi di semplice irritazione, per te possono diventare benzina che accende la fiamma del tuo unico e grande problema, l’ansia, e quando sovrasta escono fuori solo discorsi che sono generati dalla paura (nel tuo caso specifico quella della solitudine). Ma di contro, ti posso assicurare che i tuoi momenti “no” durano una manciata di minuti e non ti ho mai visto comportarti mai né in maniera irrispettosa né cattiva né aggressiva nei confronti degli altri. Perché passato quel momento, passata l’ansia, torni la persona super ponderata e politicamente corretta, che tutti adoriamo. E ti dirò di più: una volta che l’ansia è passata cerchi sempre di venire incontro agli altri e cerchi anche di modificare la tua routine, nonostante quello ti metta visibilmente a disagio, perché vieni comunque spinta dalla voglia di voler stare le persone, alle quali tieni maggiormente.
    Partiamo dal presupposto che io do per scontato che nell’organizzazione di eventi ed incontri, bisogna abbinare il contesto con la persona da invitare: affinché i partecipanti possano rimanere calmi e sereni, si deve rispettare i limiti ed i tempi di ciascuno e ricreare un clima piacevole, in cui tutti possano sentirsi liberi di esprimersi. Ad esempio se tu mi invitassi a fare rafting nelle rapide io sarei costretta a declinare, perché la sola idea mi terrorizzerebbe e non potrei godermi appieno né l’esperienza né la compagnia degli altri. Questo è un esempio banale per dirti che alla fine è giusto e universale poter fare quello, che più ci mette a proprio agio insieme alle persone per noi importanti. Non pensare che i normotipici ribaltino così facilmente la propria quotidianità: diciamo che semplicemente soffrono meno (ma a livello mentale il fastidio si sente eccome) e impiegano meno tempo a trovare soluzioni agli imprevisti quotidiani… diciamo semplicemente che sono più duttili (o forse rassegnati) al trovare sempre soluzioni alternative in breve tempo.

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    1. Il punto è proprio il problem solving infatti. Con il tempo imparerò a gestirlo anche se di base resterò così. Ognuno con i suoi tempi e le sue possibilità per vivere tutti pacificamente senza sminuirsi. Purtroppo troppi nt sminuiscono ciò che sentiamo dicendo che “capita a tutti” quando non è così semplice. Capita ma è più amplificato e doloroso del semplice fastidio. Nessuno si mette a un livello superiore e dice che una sofferenza sia “più valida” di un’altra ma se esiste una diagnosi è logico che sia diverso a livello oggettivo. È questo che sta alla base della sensibilizzazione, cercare di fare in modo che qualcuno smetta di dire che capita a tutti come se le nostre difficoltà non esistessero.

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      1. Esatto, il capita a tutti è giusto, il movente vedrai è lo stesso per tutti, ma è la sensibilità e la reazione ai problemi ed i tempi di ripresa, che sono enormemente differenti nelle persone autistiche ed è proprio a questo che serve la diagnosi!
        P.S: la sofferenza poi è sempre valida per tutti 🙂 basterebbe solo ascoltarsi di più, aprirsi di più e cercare di comprendersi di più!

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