Vi racconto una storia

Questo sarà un articolo particolarmente sentito e complicato da scrivere per una giornata molto importante nella sensibilizzazione verso la mia condizione, 18 febbraio 2021, Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger.

Oggi vorrei raccontarvi una storia per trattare alcuni argomenti come bullismo, diagnosi tardiva, camaleontismo e masking.

Questa è la storia di una bambina. Una bambina da sempre in cerca di affetto che si lega facilmente a chiunque , tranquilla e obbediente.

All’asilo aveva il suo gruppo di amiche ma era molto legata soprattutto a una. Forse può sembrare appiccicosa visto che cerca la sua amica in ogni momento e la segue ovunque ma non è così. La linea tra essere affettuosi ed essere appiccicosi forse a volte è troppo sottile per essere vista e in effetti la paura di esserlo resta.

Tutto sommato la bambina non sembra così diversa delle altre, se non fosse per una serie di difficoltà che hanno sempre fatto parte di lei ancora prima di sapere di essere autistica, ovvero i DSA, dei quali il più evidente è la disgrafia.

Alle elementari ha il sostegno ma in classe la situazione continua a essere tranquilla. Nonostante un compagno abbastanza fastidioso ancora non è entrata in contatto con il bullismo vero e proprio.

Si dice che le bambine\ ragazze \ donne autistiche siano camaleonti che si mimetizzano con l’ambiente e, una volta trovata una persona da seguire, la prendano da esempio per tutti quei comportamenti che altrimenti non capirebbero e non saprebbero replicare con la stessa naturalezza delle compagne neurotipiche. I ragazzi, al contrario, li riconosci subito perchè sono più inclini a esplodere nei cosiddetti meltdown.

Riflettendoci a posteriori, non è facile dire quanto la protagonista sia stata abile a mimetizzarsi. Forse non lo è mai stata davvero.

Una caratteristica che le è sempre stata attribuita, come capita effettivamente a molte ragazze che poi si scoprono autistiche, è la timidezza. Non è da escludere completamente che lo sia, ma sicuramente non è solo quello. Come già detto, lei desidera fare amicizia e si avvicina sempre a tutti ma in effetti la difficoltà c’è e non può essere definita come “semplice” timidezza o introversione.

Dalle elementari si passa alle medie. La bambina diventa una ragazza e si trova in una situazione in cui per fortuna ha un gruppo di amiche ma allo stesso tempo è vittima di bullismo. Si ritrova spesso gomme appiccicate ai capelli, filtri dei pennarelli o tempere nei vestiti e offese sul diario. E’ proprio in questi anni che un nuovo aggettivo si aggiunge alla sua descrizione: impulsiva. Lo è perché tenta di reagire alle risate degli altri ma purtroppo la sua rabbia non è presa sul serio e quando prova ad avvicinarsi al bullo che la sta deridendo spesso corre e scivola rischiando di farsi male per via della difficoltà nella coordinazione. Non è semplice goffaggine, ma disprassia, il secondo dei suoi DSA.

Scoprendo la parola shutdown la protagonista rivaluta un avvenimento successo durante quegli anni: davanti a lei è seduto uno di quei ragazzi che la deride costantemente e lo sta facendo da tutto il giorno buttandole a terra il materiale disposto sul banco. Arrivata a fine giornata satura di questa situazione, la ragazza inizia a tremare in maniera incontrollata tanto che senza l’aiuto del compagno di banco non potrebbe nemmeno preparare lo zaino. Il tremolio non si ferma nemmeno mentre cammina, per fortuna casa sua è praticamente attaccata alla scuola. Chi la incontra e la vede tremare molto probabilmente la vede come un pazza. Ecco, forse quello è stato il primo shutdown che ancora non aveva nome.

Il suo carattere è rimasto pressoché invariato tutta la vita e con l’adolescenza è rimasta obbediente e ligia al rispetto delle regole. Ma, forse, la sua ribellione interna si esprime in un altro modo: attraverso l’hip hop.

La ragazza ha frequentato la scuola di danza fino alla prima superiore e pur consapevole dei limiti imposti dalla disprassia, in quei momenti liberava le sue emozioni soprattutto se negative. A lei piaceva. Non aveva mai nutrito la falsa speranza di poter partecipare a concorsi o raggiungere livelli agonistici, lo faceva in primis per sè stessa.

Più le superiori progrediscono. più aumenta la sensazione di essere diversa e non essere parte del gruppo, pur desiderandolo. Una sensazione rimasta quiescente per anni esplosa dalla terza superiore in poi.

La canzone che descrive perfettamente il suo stato d’animo è una:

Numb, Linkin Park, da Meteora, 2003

Al bullismo si unisce il cyberbullismo e si sente dire che tutti in ugual modo la deridevano quindi era inutile che facessero finta di difenderla. È doloroso sentirselo dire da chi fino a un istante prima si è mostrato amichevole nei suoi confronti, facendole credere in un’amicizia in realtà a senso unico. Chiamarla ingenua potrebbe essere troppo ma sicuramente si lega troppo velocemente e pensa che quella persona ricambi la sua premura. Purtroppo non è stato così.

Il masking è letteralmente mascheramento, repressione di determinati comportamenti che sembrerebbero strani agli occhi degli altri. Lo stigma più grande legato al masking è lo stimmimg perché spesso i movimenti vengono accentuati man mano che il nervosismo aumenta.

Anche qui, se ha dovuto reprimere certi comportamenti per fortuna non ha subito ripercussioni come spesso succede quando mascheri la tua vera natura per troppo tempo. Ci sono state situazioni nelle quali era evidente che non riuscisse a mantenere il giusto autocontrollo ed è stata giudicata duramente perchè non era in grado di spiegare che la reazione apparentemente fuori posto anche per la sua età non è volontaria ma deriva da una somma di fattori sensoriali ed emotivi che non le permettono di valutare la situazione con la dovuta lucidità. La maturità non c’entra nulla.

Il terzo DSA è la discalculia, rimasta silente fino a che la matematica non è diventata un groviglio di formule sempre meno comprensibili e gestibili. Purtroppo viene fraintesa e ci vuole un anno intero prima che l’insegnante smetta di offendersi perché va male nelle sue materie senza darle il supporto necessario. La stessa insegnante che la definisce irascibile per il suo cercare di difendersi da chi la deride dopo che aver evitato in tutti i modi l’interrogazione. La matematica è sicuramente ostica per parecchia gente, ma lo è il doppio se sei discalculico e basta un attimo per mandare all’aria un intero procedimento.

Infatti oltre ai DSA, l’altra caratteristica sempre presente che nel tempo si è accentuata è l‘ansia. Una costante in ogni aspetto della vita.

Ed eccoci arrivati alla diagnosi tardiva.

Ce ne sono sempre di più negli ultimi anni soprattutto tra ogni over 30 perché l’Autismo stava arrivando alla sua definizione negli Anni Ottanta quindi non avrebbero potuto ottenerla prima in ogni caso.

Lei ne ha quasi diciotto quindi per quanto stia entrando nell’età adulta, è da poco uscita dall’adolescenza. Quindi tutto sommato non è poi così tardi, ha ancora gran parte della vita davanti a sè.

C’è una relazione che l’ha accompagnata tutta l’adolescenza della quale ci sarà tempo e modo di parlare. Ma non adesso. Una relazione molto travagliata per molti motivi che forse non ha facilitato le relazioni con gli altri, già complicati di per sé dalla condizione che finalmente ha un nome.

C’è voluto un mese di sedute con neuropsichiatri e pedagogisti dove hanno fatte domande sia a lei che ai genitori per capire com’era da bambina. Con la pedagogista svolge prove di comprensione e altri esercizi per valutare la sua empatia tramite il disegno e la scrittura per parlare di sé. La ragazza non sa disegnare e questo è un grosso limite in quel contesto. Sono screening ma anche test genetici come le analisi del sangue e risonanza magnetica.

Magari arriverà il momento di approfondire il percorso diagnostico perché sempre più persone autistiche stanno dicendo che i metodi dovrebbero essere aggiornati per adattarsi a chi richiede la diagnosi in età adulta.

La ragazza adesso frequenta il secondo anno di magistrale dopo una triennale nella quale si sono alternati alti e bassi e ha capito che, anche se le difficoltà nella socializzazione esistono, può riuscire a fare amicizia e farsi accettare. La sua diversità non deve essere un limite.

Avete capito chi è questa (neanche tanto) misteriosa aspie protagonista?

Aspie è un termine affettuoso per indicare le persone Asperger. Non l’avevo mai usata prima di adesso ma la trovo molto carina.

A presto,

Cate L. Vagni

Pubblicato da Cate L. Vagni

Laureata in lettere moderne e frequento la Laurea Magistrale in Scienze Archivistiche e Biblioteconomiche. Piccolo spazio personale dove poter esprimermi su ciò che mi sta a cuore.

10 pensieri riguardo “Vi racconto una storia

    1. Oh lo so… Purtroppo la cattiveria della gente non ha limiti e si trova sempre un motivo per prendere di mira chi è considerato diverso per i motivi più disparati. È un’esperienza che ti fortifica e allo stesso tempo ti rende assai diffidente verso gli altri purtroppo… 😣❣️

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  1. Quella ragazzina al liceo non poteva capire che i compagni e le compagne potevano dire una cosa e pensarne una diversa e non le veniva perdonato l’essere eccentrica, goffa e!troppo onesta.

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  2. Ho avuto l’onore di poter leggere in anteprima la bozza di quest’articolo, così tanto sentito per te, che avevo trovato perfetto già dalla prima stesura. Ripercorrere l’excursus di questa ragazzina sin dagli inizi mi ha riportato alle mente tutti i tuoi discorsi accorati e mi ha dato la possibilità di conoscerla ancora meglio!
    Io sono figlia di una DSA, che ha superato l’ostacolo della dislessia, ma ancora oggi all’età di 53 anni ricorda con dolore quanto il mondo esterno la facesse sentire inadeguata e quanto abbia dovuto lavorare su stessa ed il doppio sui libri per colmare quella sua lacuna. Erano gli anni ’70 era ed i DSA esistevano solo nei manuali diagnostici, mentre nelle scuole non esisteva ancora un metodo di insegnamento adeguato. Per fortuna mia madre trovò un insegnante giovane, fresco di studi, che la prese sotto la sua ala protettrice e nel giro di un anno recuperò quello che alle elementari non era riuscita ad imparare… ebbene sì, mia madre ha imparato a leggere all’età di 11 anni; alle elementari era già stata dato per caso perso e l’avevano abbandonata al suo destino.
    Aggiornamento: la ragazza dell’articolo, che per un periodo aveva smesso di fare hip hop (la sua vena di sfogo e di espressione), ha ripreso fortunatamente e fieramente qualche anno dopo a fare danza e ha scelto di seguire delle lezioni di zumba, inizialmente in presenza e adesso online e questa cosa la fa stare di nuovo molto bene con se stessa!

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    1. 💙
      Esatto, per DSA e Autismo la situazione è assimilabile purtroppo. Prima di un certo momento storico non venivano presi sul serio. Oggi esistono le diagnosi ma non tutti hanno la sensibilità di venire incontro a chi apprende in maniera differente o ha difficoltà in vari ambiti. Oh sì, Zumba si è rivelato un degno sostituto di hip hop. Per fortuna l’ho trovato

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