Regressione rappresentativa e dannosa nel nuovo film di Sia

Oggi ho il (dis)piacere di analizzare Music, il nuovo film della cantante  australiana Sia. Non sarà facile, ma cercherò di mantenere una certa razionalità nonostante il fastidio provato durante la visione.

Prima di tutto, partiamo dall’antefatto perché le premesse di questo film erano disastrose fin dal primo annuncio: il tema portante dovrebbe essere l’autismo.

In tempo zero è già nata una polemica: se Music è autistica, perché la sua interprete è Maddie Ziegler, che è naurotipica?

Sia ha prontamente risposto di aver cercato di scritturare un’attrice autistica che però è stata esclusa dato che, a suo dire, era troppo complicato comunicare con lei. La cosa poteva chiudersi qui, invece la cantante ha affermato che “Se non riesci a mantenere i nervi saldi, allora sei un pessimo attore”. Non credo che la realtà possa avare un simile grado di semplificazione ma andiamo avanti.

La questione del far interpretare un personaggio disabile, autistico o di qualsiasi altra minoranza a un attore che ne fa parte è molto recente. Onestamente, sarei anche d’accordo con il ragionamento di base ma mi viene da dire che per quanto possa essere un trampolino di lancio per chi vuole intraprendere quella carriera, si rischia poi che la persona venga scelta solo per quei ruoli quindi si ritrovi ingabbiata. Magari nel caso di autismo e disabilità intellettive si potrebbe far collaborare un attore che rientra nella categoria con quello scelto per evitare stereotipi dannosi. Per le disabilità fisiche il discorso è molto più complesso perché scegliendo un attore abile, per adattarlo al personaggio spesso si deve ricorre a scelte come gambe create per chi deve interpretare un personaggio tetraplegico e, se visto da vicino, potrebbe non essere il massimo  per le persone che vorrebbero riconoscersi in quel personaggio.

Si è poi scoperto che per il film la cantante ha collaborato con Autism Speaks, un‘associazione che dovrebbe occuparsi di autismo ma è conosciuta per l’idea distorta che invece diffonde sulla condizione perché sono famosi per la volontà di voler curare le persone autistiche. Non so se entrerò mai nel merito dell’analisi di questa controversa associazione, date le troppe implicazioni emotive che il discorso avrebbe per me, ma parlerò molto presto del simbolo che loro hanno creato per rappresentare l’Autismo, un simbolo molto fuorviante che le persone autistiche non accettano. Se le ricerche fatte dalla cantante derivano da questa collaborazione forse non sono così attendibili come lei ha più volte affermato ma lo vedremo tra poco con un approfondimento del film.

Veniamo alla pellicola:

Trailer del film

Fin dai primi  minuti del film vediamo che la rappresentazione è assai fuorviante e stereotipata: Music ha espressioni che sfiorano il grottesco e la caricatura dato che è sempre vacua, disconnessa, non si capisce dove guarda. Lo si vede soprattutto durante le canzoni.

Prima canzone del film, Oh body.

Oltretutto quella che dovrebbe essere la rappresentazione dello stimming è utilizzata esclusivamente durante le canzoni e, anche in questo caso, sfiora il grottesco.

In più, l’uso delle luce stroboscopiche con questa intermittenza così veloce rappresenta uno stimolo visivo troppo forte che sicuramente non rende la visione del film piacevole per una persona particolarmente sensibile a questo stimolo. Alcuni autistici sono stati sovrastimolati anche dai colori troppo accesi usati sempre nelle coreografie.

Music è non verbale e, le poche volte che tenta di parlare, non coniuga i verbi e si esprime in una maniera molto offensiva. Per esempio, per chiedere la colazione non dice “Mi prepari le uova?”, dice ” Fammi uova”. Mi ha molto disturbato questa scelta. Durante la storia le daranno un tablet in modo che possa esprimere emozioni come felicità, tristezza o paura ma anche dare o meno il consenso a proposte ricevute da Zu ed Ebo. Pure qui, per quanto sia realistico che le persone non verbali utilizzino metodi alternativi di comunicazione come quello della ragazza, alla fine questa soluzione non porta una vera differenza perchè le emozioni non sono così lineari e facilmente comprensibili come il film suggerisce e in effetti Music non parla davvero.

La ragazza vive con la nonna, che descrive minuziosamente la sua routine e le sue necessità in un diario. La donna morirà e la tutela della ragazza passerà alla sorellastra Zu, tossicodipendente e spacciatrice. E’ un argomento molto delicato che, peraltro la cantante ha vissuto in prima persona, ma che è comunque trattato in una maniera assai raffazzonata.

La sorella sarà affiancata dal vicino di casa, Ebo, che conosce bene Music.

Qui abbiamo un gigantesco paradosso: Ebo spiega con precisione e in maniera abbastanza realistica la condizione della ragazza, ma, appena lei ha un meltdown, la soluzione che fornisce a Zu è quella di bloccarle gli arti, impedendole di muoversi.

Sono due scene che, tra l’altro, si presentano a poca distanza l’una dall’altra: nella prima sono all’interno dell’abitazione di Zu e Music, la seconda all’esterno durante una passeggiata.

Preferivo non scoprire questa tecnica disumana per la quale troppi bambini autistici muoiono per crisi momentanee mal gestite. Viene presentato come un gesto di amore ma non lo è affatto.

Music viene trattata alla stregua di un animale da compagnia al quale si dice di stare  fermo per evitare che faccia danni in situazioni importanti. La vera protagonista è in realtà Zu. Il primo parallelismo che mi è venuto in mente, ovviamente, è Rain  Man, per questo penso che sia una rappresentazione che si porta dietro una regressione dannosa che si sta cercando di superare. Anche se, a dirla tutta, Raymond è quasi migliore di questa ragazzina. La responsabilità non è di Maddie, che è neurotipica, ma della regista che si è documentata male.

Per quanto  la decisione di mostrare la mente della ragazza attraverso le canzoni possa essere poetica, non è il massimo proprio per come si evolve. A un certo punto c’è una breve canzone con sequenze definirei quasi psichedeliche per la velocità con la quale vengono alternate:

Could i love with no fear, Kate Hudson e Maddie Ziegler

Quindi, in definitiva: il film avrebbe potuto dare messaggi ottimi ma la realizzazione è stata disastrosa sotto tutti i punti di vista. Non è solo la rappresentazione dall’Autismo a essere errata ma anche la storyline di Zu permea messaggi diseducativi e non è sviluppata in maniera realistica.

Spero che questa analisi sia abbastanza lucida nonostante le emozioni negative che mi ha suscitato Music.

A presto,

Cate L. Vagni

PS: Un’idea che deve assolutamente  sparire e il film porta avanti fin da subito è quella che le persone autistiche siano magiche. Devo veramente commentare questa frase o anche lasciandola sospesa si capisce quanto questa narrazione non sia utile né per le persone autistiche né per chi le circonda? Badate bene che vale per tutti i tipi di neurodiversità e disabilità, non solo per la mia condizione. Siamo in molti  a sperare che si cambi modo per raccontare le diversità. Il cambiamento richiede tempo ma senza la collaborazione di chi non rientra in quella categoria sarà ancora più dura progredire.

Una saga finalmente arrivata in Italia: Tenebre e Ossa di Leigh Bardugo ( Grishaverse #1)

E’ con molto piacere che oggi vi parlo della mia ultima lettura, Tenebre e Ossa di Leigh Bardugo.

Leigh Bardugo, Tenebre e Ossa, Mondadori, 2020

E’ una saga della quale ho sentito parlare tanto su Booktube e mi ha sempre attirato un sacco della quale esiste una edizione italiana del 2013 edita Piemme dal titolo Tenebre e Ghiaccio. Per mesi sono stata tentata di leggerla in lingua originale dato che temevo che non sarebbe mai arrivata in Italia e il titolo dell’edizione sopracitata mi lasciava molto perplessa. Poi è arrivata la notizia della nuova traduzione e finalmente ho potuto acquistare il primo volume della trilogia, che in realtà è stata pubblicata per la prima volta nel 2012.

Ecco, la data di uscita americana e quella della nuova traduzione forse potrebbero far nascere spontanea una domanda più che lecita: Ma non è già vecchia come saga? Non potevano pubblicarla prima?

Ora, io leggo soprattutto fantasy e ne ho letti molti usciti più recentemente, però, non mi sento di dire che è una saga “vecchia“, rispetto, per esempio alla duologia de “Il sognatore di Laini Taylor che è uscito nel 2017. Ci sono molti clichè forse “superati” che comunque non levano validità alla saga.

Ma veniamo al libro: il motivo principale per il quale mi ispirava tantissimo era l’ambientazione scelta dall’autrice, ovvero la Russia zarista. Nell’universo di questa trilogia è stata rinominata Ravka.

La mappa di Ravka

La nostra protagonista si chiama Alina Starkov ed è orfana. Vive presso la corte del Duca Keramzin. In questo mondo ci sono creature magiche chiamate Grisha (da qui il nome GrishaVerse usato per tutti i romanzi di questo filone di quali fa parte anche una duologia intitolata Sei di corvi del 2019) che sono divise in tre gruppi : Corporalki, Etherealki e Materialki con diversi poteri spiegati magistralmente durante la narrazione. Gli orfani vengono esaminati per trovare i Grisha da portare al Piccolo Palazzo, dove vive il re di Ravka.

Alina cresce e, non avendo mostrato alcun potere, viene introdotta nell’esercito come mappatrice. La storia inizia con l’esplorazione della Faglia d’ombra, luogo misterioso e pericoloso creato dall’Eretico Nero secoli prima. Ed è proprio qui che troviamo il primo clichè: la protagonista, per salvare sé stessa, un altro personaggio di cui parleremo dopo e l’Esercito dall’attacco del Volcra, una creatura alata mostruosa che li sta attaccando, libera un potente fascio di luce che allontana la creatura.

Dopo questo evento, la ragazza viene sottoposta all’esame dell’Oscuro, antagonista della storia, per essere poi portata al Piccolo Palazzo dagli altri Grisha. Lei è una Evocaluce, potere peraltro molto raro che non si manifestava da secoli. Gli Evocaluce sono Etherealki.

A corte conosce altri personaggi come Genya, una Guaritrice che vive a diretto contatto con il re. I Guaritori sono Corporalki. I Grisha non solo sono potentissimi, ma sono anche dotati di una bellezza sovrumana. Ogni Grisha ha una kefta di colore differente a seconda dell’Ordine di appartenenza. La cura della Bardugo per questi dettagli mi è piaciuta tantissimo. In più, i personaggi vengono da varie zone di Ravka e parlano il dialetto della zona di origine, per esempio alcuni parlano in Shu Han e la protagonista non li comprende.

Altri Etherealki sono gli Inferni, che usano le pietre focaie per generare fuoco. La protagonista ne conoscerà una che si chiama Marie.

Anche l’Oscuro è un Etherealki, per la precisione evoca l’oscurità e, in più è un‘Amplificatore che risveglia i poteri della protagonista. E’ L’unico che indossa una kefta nera. Tra lui e Alina si creerà un certo legame proprio perché lei è la Grisha più potente di tutti anche se ha represso i suoi poteri per tutto quel tempo. Secondo clichè che è presente in quasi tutti fantasy ovvero protagonista che, guarda caso, ha il potere più raro e potente mai esisto.

E da qui parliamo del terzo cliché e del personaggio che porta la protagonista a manifestare la luce solare, chiave del suo potere: Malyen Oretsev, detto Mal.

Lui è un tracciatore, figura molto simile a un cacciatore. Uno dei più portati di tutto l’esercito, a differenza della protagonista che non è una mappatrice così portata. E’ orfano e cresciuto nello stesso orfanatrofio di Alina.

Mal è un personaggio che si è attirato l’odio della maggior parte dei lettori perché si trova implicato nel triangolo amoroso tra l’Oscuro e Alina. Ammetto di aver subito la fascinazione per l’Oscuro anche per le indubbie capacità della scrittrice nel descriverlo in tutti i suoi aspetti, ma voglio spezzare una lancia nei confronti di questo povero ragazzo: Mal tiene ad Alina e lo dimostra in più occasioni durante la lettura. Alina ha represso il suo potere perché non voleva sperarsi da lui da piccola.

Andando avanti con la lettura si scopre il piano dell’Oscuro e si capisce che I Grisha, soprattutto gli Etherealki, sono una sorta di Secondo Esercito che è addestrato per il suddetto piano che non vi anticipo.

A presto,

Cate L. Vagni

La differenza invisibile di M. Caroline e Julie Dachez: una graphic novel sull’autismo

Nell’articolo di oggi sono felice di presentare una graphic novel letta pochi giorni fa: La differenza invisibile di M. Caroline e J. Dachez.

La differenza invisibile di Caroline e Dachez, Edizioni LSWR, 2018

Questa la volevo leggere da un po’ perché era citata spesso per il tema trattato, ovvero l’autismo femminile e la scoperta della condizione. Mi è stata regalata da mamma insieme al saggio di Temple Grandin sul pensiero visivo che mi servirà per un futuro articolo sul tema.

La dedica dell’autrice
Note storiche sulla Sindrome di Asperger

La protagonista è Marguerite, una ragazza comune di ventisette anni che conduce una vita tranquilla e abitudinaria da quando si sveglia fino alla fine della giornata di lavoro. La solita routine che la fa sentire tranquilla nella quale passa sempre dallo stesso fornaio e prende il pane al farro.

La sua vita è piuttosto ordinaria ma Marguerite si rende presto conto che ha grosse difficoltà nella socialità e nel sopportare rumori come il brusio. Nella graphic novel è evidenziato perfettamente dalla scelta del colore: più la difficoltà auementa, più lo sfondo diventa rosso.

Un esempio durante la scena di una festa tra amici

Marguerite ha un fidanzato di nome Florian con il quale dorme saltuariamente a causa della sua elevata sensibilità all’odore della pelle degli altri, infatti non ha un letto matrimoniale ma due letti singoli vicini. Florian cerca di coinvolgerla portandole alle feste con i suoi amici e a tutti i fine settimana che organizzano. Marguerite non riesce a restare troppo tempo alle feste e ha molte difficoltà negli week end fuori porta.

Dopo l’ennesima crisi la ragazza decide di fare alcune ricerche sull’autismo e ottiene la diagnosi. Viene inserita in un gruppo di altri autistici per confrontarsi sulle diverse esperienze.

A seguito della diagnosi la sua vita cambia: molta gente che considerava amica non le crede e lascerà Florian, che rende ancora più chiara la loro incompatibilità perché pensa che usi le sue difficoltà come scuse per non fare ciò che le chiede. Lascia anche il suo lavoro per trovarne uno più adatto alle sue necessità facendosi inserire nel collocamento mirato.

Le sue nuove amiche saranno la panettiera che vede ogni mattina e la libraia, narratrice della storia, alla quale chiede materiale per studiare più approfonditamente l’Autismo prima della diagnosi. La cugina imparerà a capirla piano piano e la inviterà solo in assenza dei figli. Aprirà un blog per parlare di sé stessa e sfatare false credenze sulla sua condizione su consiglio della libraia.

E’ una storia che si legge in pochissimo tempo ed è una buona rappresentazione proprio per la semplicità con la quale sono presentate le tematiche come la selettività alimentare, un aspetto che vorrei approfondire ma non è semplice da trattare per le implicazioni che comporta a lungo andare. Marguerite mangia pochissimi alimenti spesso salutari e semplici e non pranza mai con i colleghi di lavoro anche perchè non sopporta le cosiddette small talks.

Consiglio vivamente questa lettura, non ho molto altro da aggiungere.

Cate L. Vagni

Chiacchierata con Cate L. Vagni — Cronache di un’aspirante assistente sociale

Ciao a tutti! Oggi nel blog ho il piacere di avere un’ospite! Vi propongo infatti una breve chiacchierata con Caterina, studentessa e blogger con cui ho avuto modo di ragionare sul tema dell’autismo. Dicci un po’ di te! Chi sei? Cosa fai nella vita? Hobby? Sentiti pure libera!Sono Caterina. Ho ventitrè anni, la diagnosi l’ho […]

Chiacchierata con Cate L. Vagni — Cronache di un’aspirante assistente sociale

Ciao,

Oggi vi propongo questo articolo dal blog di Gaia Lorenzini, una mia intervista che parla di Autismo che mi ha proposto lei stessa.

Se volete leggerla la trovate qui,

Cate L. Vagni

Uno Young Adult che colpisce nel profondo: The Nowhere Girls di Amy Reed

In questo articolo parlerò della mia ultima lettura: The Nowhere Girls di Amy Reed.

The Nowhere Girls, Amy Reed, 2017

Volevo leggere questo romanzo da un po’ perché una delle tre protagoniste è autistica. Per qualche anno, temendo di trovarmi davanti l’ennesima rappresentazione stereotipata, ho rimandato la lettura finché qualche mese fa non l’ho suggerito a un’altra persona autistica che cercava romanzi con protagonisti neuroatipici e la sua recensione mi ha fatto passare ogni dubbio.

La ragazza autistica si chiama Erin, le altre due protagoniste sono Grace, figlia del pastore della Chiesa Battista; una donna molto particolare che è stata cacciata dalla Comunità per i suoi ideali considerati troppo liberali e Rosina, ragazza messicana lesbica che sogna di creare una band punk femminile.

Andando avanti con la lettura ho capito che questo Young Adult porta con sé tanti temi che ognuno dovrebbe conoscere, oltre all’Autismo: il libro parla di un gruppo di ragazze che lotta contro i soprusi che l’essere donna comporta, soprattutto le violenze sessuali le quali spesso sono considerate colpa della vittima e quindi la persona viene invalidata. La causa scatenante che fa nascere il gruppo delle Nowhere Girls è lo stupro subito da Lucy Moynihan, che è stata costretta a trasferirsi altrove dopo aver tentato di denunciare il gruppo di aggressori.

Erin mi è entrata subito nel cuore e ho capito che non era affatto stereotipata dopo questa descrizione:

Sono tutti convinti che Erin non capisca la gente. E’ una vita che glielo ripetono. E invece le emozioni chiare le riconosce benissimo. Sa cosa significa piangere. Conosce il suono delle grida di rabbia. Delle prese in giro. Nota le occhiatine che si scambiano gli altri , quando le sbatte per sbaglio contro le pareti nel girare l’angolo, quando a lezione le sfuggono frasi inappropriate, quando si sfrega le mani così forte da fare rumore. Sono quelle più velate che la confondono, come l’ironia, i sentimenti malcelati, le bugie. Ha passato ore e ore a impararle a farsi insegnare a leggere le espressioni del viso e interpretare il linguaggio del corpo. Si è allenata a prestare attenzione, a studiare i rapporti umani con un’intensità tale da fare a gara con gli psicologi e i romanzieri. Perchè non è sempre intuitivo, e lei è una marziana che vede cose che gli umani non possono neanche immaginare.

Questa descrizione mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: finalmente ho trovato una protagonista autistica che mette in chiaro che la nostra empatia esiste nonostante le difficoltà a capire le emozioni e i comportamenti altrui.

La madre di Grace, il pastore Robin Salter, è una predicatrice controversa. Leggere i suoi sermoni è stato potente perché la donna cerca di aprire gli occhi alla comunità su ciò che li rende bigotti. Nella vecchia Comunità di Adeline era considerata pazza perché è caduta da cavallo e i discorsi liberali non erano graditi. Grace è la nuova arrivata che prende a cuore la storia di Lucy e decide di creare questo gruppo dove le ragazze trovano il coraggio di lottare contro i soprusi subiti. Esiste un blog chiamato I veri uomini di Prescott in cui le ragazze vengono completamente oggettificate e classificate in base alla bellezza e alla prestazione sessuale che hanno avuto con il ragazzo identificato come gestore del blog.

Rosina Suarez vive con la madre e la nonna. La madre è intransigente e la ragazza rischia più di una volta di essere cacciata di casa. Deve badare ai cugini e lavorare come cameriera nel ristorante messicano di famiglia. Le aspettative della madre pesano come macigni su di lei e un solo passo falso può costarle caro. Lei ed Erin sono migliori amiche e lei ha imparato a conoscerla andando oltre la Sindrome di Asperger e le cosiddette stranezze che la condizione si porta dietro. La lascia parlare del suo interesse assorbente, ovvero gli animali marini – la ragazza vuole diventare biologa marina – senza interromperla mai. Attraverso la sua amica, Erin può comprende meglio i sottintesi, l’ironia e a non rischiare di offendere gli altri dicendo cosa pensa. Oltre a questo, il suo orientamento sessuale può essere un ulteriore motivo per cui la madre potrebbe cacciarla. Rosina è più fragile di quanto dà a vedere.

Mi azzardo a dire che questo Young Adult vada proposto anche nelle scuole proprio per il tema fondamentale della storia e per tutti quelli legati alle tre protagoniste. Non è da prendere sottogamba. Ho letto un passaggio nella storia di Erin che mi ha turbato parecchio ma parlarne purtroppo sarebbe spoiler. Vi dico solo che nasce da come la nostra condizione viene vista in certi contesti dato che il linguaggio del corpo non viene inteso e fa pensare che la persona non sappia dare consenso.

Non ho altro da aggiungere, spero vi abbia incuriosito,

Cate L. Vagni

Vi racconto una storia

Questo sarà un articolo particolarmente sentito e complicato da scrivere per una giornata molto importante nella sensibilizzazione verso la mia condizione, 18 febbraio 2021, Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger.

Oggi vorrei raccontarvi una storia per trattare alcuni argomenti come bullismo, diagnosi tardiva, camaleontismo e masking.

Questa è la storia di una bambina. Una bambina da sempre in cerca di affetto che si lega facilmente a chiunque , tranquilla e obbediente.

All’asilo aveva il suo gruppo di amiche ma era molto legata soprattutto a una. Forse può sembrare appiccicosa visto che cerca la sua amica in ogni momento e la segue ovunque ma non è così. La linea tra essere affettuosi ed essere appiccicosi forse a volte è troppo sottile per essere vista e in effetti la paura di esserlo resta.

Tutto sommato la bambina non sembra così diversa delle altre, se non fosse per una serie di difficoltà che hanno sempre fatto parte di lei ancora prima di sapere di essere autistica, ovvero i DSA, dei quali il più evidente è la disgrafia.

Alle elementari ha il sostegno ma in classe la situazione continua a essere tranquilla. Nonostante un compagno abbastanza fastidioso ancora non è entrata in contatto con il bullismo vero e proprio.

Si dice che le bambine\ ragazze \ donne autistiche siano camaleonti che si mimetizzano con l’ambiente e, una volta trovata una persona da seguire, la prendano da esempio per tutti quei comportamenti che altrimenti non capirebbero e non saprebbero replicare con la stessa naturalezza delle compagne neurotipiche. I ragazzi, al contrario, li riconosci subito perchè sono più inclini a esplodere nei cosiddetti meltdown.

Riflettendoci a posteriori, non è facile dire quanto la protagonista sia stata abile a mimetizzarsi. Forse non lo è mai stata davvero.

Una caratteristica che le è sempre stata attribuita, come capita effettivamente a molte ragazze che poi si scoprono autistiche, è la timidezza. Non è da escludere completamente che lo sia, ma sicuramente non è solo quello. Come già detto, lei desidera fare amicizia e si avvicina sempre a tutti ma in effetti la difficoltà c’è e non può essere definita come “semplice” timidezza o introversione.

Dalle elementari si passa alle medie. La bambina diventa una ragazza e si trova in una situazione in cui per fortuna ha un gruppo di amiche ma allo stesso tempo è vittima di bullismo. Si ritrova spesso gomme appiccicate ai capelli, filtri dei pennarelli o tempere nei vestiti e offese sul diario. E’ proprio in questi anni che un nuovo aggettivo si aggiunge alla sua descrizione: impulsiva. Lo è perché tenta di reagire alle risate degli altri ma purtroppo la sua rabbia non è presa sul serio e quando prova ad avvicinarsi al bullo che la sta deridendo spesso corre e scivola rischiando di farsi male per via della difficoltà nella coordinazione. Non è semplice goffaggine, ma disprassia, il secondo dei suoi DSA.

Scoprendo la parola shutdown la protagonista rivaluta un avvenimento successo durante quegli anni: davanti a lei è seduto uno di quei ragazzi che la deride costantemente e lo sta facendo da tutto il giorno buttandole a terra il materiale disposto sul banco. Arrivata a fine giornata satura di questa situazione, la ragazza inizia a tremare in maniera incontrollata tanto che senza l’aiuto del compagno di banco non potrebbe nemmeno preparare lo zaino. Il tremolio non si ferma nemmeno mentre cammina, per fortuna casa sua è praticamente attaccata alla scuola. Chi la incontra e la vede tremare molto probabilmente la vede come un pazza. Ecco, forse quello è stato il primo shutdown che ancora non aveva nome.

Il suo carattere è rimasto pressoché invariato tutta la vita e con l’adolescenza è rimasta obbediente e ligia al rispetto delle regole. Ma, forse, la sua ribellione interna si esprime in un altro modo: attraverso l’hip hop.

La ragazza ha frequentato la scuola di danza fino alla prima superiore e pur consapevole dei limiti imposti dalla disprassia, in quei momenti liberava le sue emozioni soprattutto se negative. A lei piaceva. Non aveva mai nutrito la falsa speranza di poter partecipare a concorsi o raggiungere livelli agonistici, lo faceva in primis per sè stessa.

Più le superiori progrediscono. più aumenta la sensazione di essere diversa e non essere parte del gruppo, pur desiderandolo. Una sensazione rimasta quiescente per anni esplosa dalla terza superiore in poi.

La canzone che descrive perfettamente il suo stato d’animo è una:

Numb, Linkin Park, da Meteora, 2003

Al bullismo si unisce il cyberbullismo e si sente dire che tutti in ugual modo la deridevano quindi era inutile che facessero finta di difenderla. È doloroso sentirselo dire da chi fino a un istante prima si è mostrato amichevole nei suoi confronti, facendole credere in un’amicizia in realtà a senso unico. Chiamarla ingenua potrebbe essere troppo ma sicuramente si lega troppo velocemente e pensa che quella persona ricambi la sua premura. Purtroppo non è stato così.

Il masking è letteralmente mascheramento, repressione di determinati comportamenti che sembrerebbero strani agli occhi degli altri. Lo stigma più grande legato al masking è lo stimmimg perché spesso i movimenti vengono accentuati man mano che il nervosismo aumenta.

Anche qui, se ha dovuto reprimere certi comportamenti per fortuna non ha subito ripercussioni come spesso succede quando mascheri la tua vera natura per troppo tempo. Ci sono state situazioni nelle quali era evidente che non riuscisse a mantenere il giusto autocontrollo ed è stata giudicata duramente perchè non era in grado di spiegare che la reazione apparentemente fuori posto anche per la sua età non è volontaria ma deriva da una somma di fattori sensoriali ed emotivi che non le permettono di valutare la situazione con la dovuta lucidità. La maturità non c’entra nulla.

Il terzo DSA è la discalculia, rimasta silente fino a che la matematica non è diventata un groviglio di formule sempre meno comprensibili e gestibili. Purtroppo viene fraintesa e ci vuole un anno intero prima che l’insegnante smetta di offendersi perché va male nelle sue materie senza darle il supporto necessario. La stessa insegnante che la definisce irascibile per il suo cercare di difendersi da chi la deride dopo che aver evitato in tutti i modi l’interrogazione. La matematica è sicuramente ostica per parecchia gente, ma lo è il doppio se sei discalculico e basta un attimo per mandare all’aria un intero procedimento.

Infatti oltre ai DSA, l’altra caratteristica sempre presente che nel tempo si è accentuata è l‘ansia. Una costante in ogni aspetto della vita.

Ed eccoci arrivati alla diagnosi tardiva.

Ce ne sono sempre di più negli ultimi anni soprattutto tra ogni over 30 perché l’Autismo stava arrivando alla sua definizione negli Anni Ottanta quindi non avrebbero potuto ottenerla prima in ogni caso.

Lei ne ha quasi diciotto quindi per quanto stia entrando nell’età adulta, è da poco uscita dall’adolescenza. Quindi tutto sommato non è poi così tardi, ha ancora gran parte della vita davanti a sè.

C’è una relazione che l’ha accompagnata tutta l’adolescenza della quale ci sarà tempo e modo di parlare. Ma non adesso. Una relazione molto travagliata per molti motivi che forse non ha facilitato le relazioni con gli altri, già complicati di per sé dalla condizione che finalmente ha un nome.

C’è voluto un mese di sedute con neuropsichiatri e pedagogisti dove hanno fatte domande sia a lei che ai genitori per capire com’era da bambina. Con la pedagogista svolge prove di comprensione e altri esercizi per valutare la sua empatia tramite il disegno e la scrittura per parlare di sé. La ragazza non sa disegnare e questo è un grosso limite in quel contesto. Sono screening ma anche test genetici come le analisi del sangue e risonanza magnetica.

Magari arriverà il momento di approfondire il percorso diagnostico perché sempre più persone autistiche stanno dicendo che i metodi dovrebbero essere aggiornati per adattarsi a chi richiede la diagnosi in età adulta.

La ragazza adesso frequenta il secondo anno di magistrale dopo una triennale nella quale si sono alternati alti e bassi e ha capito che, anche se le difficoltà nella socializzazione esistono, può riuscire a fare amicizia e farsi accettare. La sua diversità non deve essere un limite.

Avete capito chi è questa (neanche tanto) misteriosa aspie protagonista?

Aspie è un termine affettuoso per indicare le persone Asperger. Non l’avevo mai usata prima di adesso ma la trovo molto carina.

A presto,

Cate L. Vagni

Miti per spiegare autismo e disabilità: changelings o bambini delle fate

Questo articolo è stato ispirato dalla nuova serie Netflix Fate- The Winx Saga, essendo uno dei temi portanti della trama. E’ un argomento che stavo già approfondendo da prima che uscisse la serie perché mi incuriosiva molto e ho scoperto che viene usato come spiegazione collegata sia alla mia condizione che alle disabilità in generale. Oggi voglio provare ad analizzarlo con voi.

Storia del folklore irlandese, quella dei changelings o bambini delle fate è una fiaba che parla di rapimenti e scambi di bambini ancora in fasce.

Le fate – o i folletti in altre versioni – si aggiravano per le case umane adocchiando bambini – maschile non casuale, ma verrà chiarito più in là perché – che venivano scambiati con i loro. I bambini fatati spesso erano malati e morivano dopo pochi giorni. Quelli che sopravvivevano e arrivavano ai tre anni smettevano di colpo di interagire con i genitori, rifiutando ogni gesto di affetto e smettendo di parlare. I genitori sentivano che il figlio era perso nel suo mondo, attratto da quello fatato. Alcuni changelings erano deformi.

Der Wechselbalg, Henry Fuseli, 1781

Esistevano metodi per smascherare la natura di questo bambino e farlo tornare tra le fate, tra tutti quello della cosiddetta prova del guscio d’uovo: i genitori riempivano mezzo guscio d’uovo con della camomilla e lo sottoponevano alla creatura magica che, per confermare la sua natura, esclamava:

In tanti anni della mia vita ne ho viste di cose, ma mai versare della camomilla in un guscio d’uovo.

E dopodiché spariva.

Se il changeling non rispondeva a questa prova si ritrovava sottoposto a esorcismi durante i quali veniva gettato nel fuoco in attesa della ricomparsa del bambino umano al suo posto. Molto spesso erano effettivi umani che venivano considerati figli delle fate e la loro natura voleva essere smascherata a tutti i costi.

L’età scelta per la manifestazione dei segnali non è causale: l’autismo infantile dà le prime avvisaglie proprio al compimento del terzo anno di vita.

Non è causale neanche il riferimento al sesso dei piccoli scelti: pare che le fate avessero una predilezione per i maschi, di conseguenza i genitori li vestivano da bambine per evitare lo scambio.

Come detto, lo scambio avveniva perché i bambini umani erano tendenzialmente più sani di quelli fatati, quindi lo scambio era alla base della sopravvivenza della stirpe fatata. Altri ancora la ritenevano una punizione divina: le fate, considerate alla stregua di angeli caduti, erano state troppo superbe ed erano bisognose di sangue umano per riavvicinarsi all’Eden e lasciare il sottosuolo. L’ultima ipotesi si riconduce alle madri umane quindi non al sangue, ma al latte: in alcuni casi veniva rapita anche la madre in modo che nutrisse sia il figlio biologico che quello fatato. I figli delle fate erano insaziabili anche se mangiavano a quattro palmenti e crescevano spropositatamente fino a morire, come scritto all’inizio dell’articolo.

Lascio anche un verso della poesia The Stolen Child dell’irlandese William Butler Yates, musicata dalla canadese Loreena Mc Kennit:

Vieni via, o bambino umano

Verso l’acqua e la selva

Mano nella mano, con una fata,

Perchè il mondo è più pieno di lacrime

Di quanto tu possa capire

Il poeta affermò di aver incontrato la Regina delle Fate durante una gita nel bosco, che lo intimò di cessare le ricerche sul suo popolo. Era molto amico della madre di Oscar Wilde, Lady Speranza, anche lei appassionata di fate.

L’ho trovato un tema molto interessante da esaminare. Essendo una spiegazione mitologica lascia un po’ il tempo che trova e non ho molto da dire se non che in effetti la distinzione tra autismo femminile, presentata nell’articolo su Elsa, e quello maschile sarà approfondita in un articolo che uscirà a giorni per un momento molto particolare legato alla Sindrome di Asperger. Magari spenderò due parole per presentare quell’articolo, abbastanza sentito per me. Per anni si è avuta la convinzione che solo i bambini potessero essere autistici, infatti le bambine spesso crescevano con diagnosi errate.

Oltretutto, proprio perchè è un mito, non mi dilungherò troppo nello spiegare quanto mi infastidisce lo stigma dell’autistico perso nel suo mondo, che non dà affetto, ecc…

Spero che vi abbia incuriosito,

Cate L. Vagni

Storie collegate che si ripetono e destini condivisi: il Mare senza stelle di Erin Morgenstern

Eccomi a parlare di un libro che mi ha catturato dall’inizio alla fine per la sua struttura e mi ha ricordato Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, anche se il genere è completamente diverso perché questo è Urban Fantasy Young Adult: Il mare senza stelle di Erin Morgenstern,

Erin Morgenstern, Il mare senza stelle, 2019

Nell’articolo dedicato al fantasy scritto qualche mese fa non ho menzionato i sottogeneri del fantasy. La dicitura urban fantasy si riferisce a storie ambientate nel nostro mondo ma con richiami al fantasy. Un esempio è Shadowhunters di Cassandra Clare che inizia a New York ma poi si trasferisce in un mondo parallelo dove vivono creature sovrannaturali che vivono nascoste della società.

Il protagonista è Zachary Ezra Miller, che vive nel Vermont. Il ragazzo studia Nuovi media, è appassionato di giochi di ruolo e letteratura. La sua vita prende una piega inaspettata quando nella biblioteca del Campus si imbatte in un libro non catalogato chiamato Dolci rimpianti che, con sua grande incredulità, racconta parte della sua infanzia.

Questo romanzo è complicato nella sua semplicità: lo stile di scrittura è evocativo ma non ricercato e il romanzo è articolato in sei sezioni. Sei sezioni che si basano su altri personaggi e le loro storie che andranno a intrecciarsi con quella del protagonista.

La storia si basa su simboli riportati anche sulla copertina ovvero chiavi, api e spade. Ognuna ha un significato che si chiarisce nella narrazione e riguarda il destino e le scelte di ognuno. Il Mare senza stelle, o, meglio, la Baia, è un luogo misterioso che raggiungi solo in determinate circostanze dove, appunto, realtà e fantasia si fondono.

Letto con grande entusiasmo proprio per la similitudine con il romanzo di Calvino, sono rimasta assai soddisfatta da questo viaggio che può confondere e probabilmente potrebbe risultare prolisso per alcuni. Sono consapevole che questo libro non possa piacere a tutti perché può dare la sensazione che la narrazione non porti a nulla e sia sconclusionata. Una delle mie Booktuber preferite non l’ha gradito per questo motivo ma in ogni caso le seguo lo stesso con piacere, le opinioni possono essere anche fortemente contrastanti anche verso lo stesso romanzo ma non perdono validità. Un giorno dovrò aprire questa grande parentesi visto che noto che svariati romanzi sono enormemente divisivi: ci sono booktuber che li amano e altri che li demoliscono quasi del tutto definendoli trash. Sembra che non esistano più le opinioni non estreme da entrambi i lati e questo mi lascia sempre perplessa.

Spero che la mia breve analisi vi abbia incuriosito,

A presto,

Cate L. Vagni

La lotta per il clima e l’autismo: la storia di Greta Thunberg

Il 3 gennaio 2021 Greta Thunberg ha compiuto diciotto anni.

Ieri sera ho visto il documentario su di lei distribuito da Hulu intitolato I am Greta – Una forza della natura disponibile su Amazon Prime Video.

Trailer del documentario

Ho sempre sentito una certa affinità con questa ragazza e il fatto che è autistica forse ha contribuito a sviluppare un’empatia abbastanza forte nei suoi confronti. Non che non lo sarei stata anche nel caso che lei non avesse avuto la mia stessa condizione ma sicuramente ha influito tanto sull’indignazione che sentivo a leggere certe illazioni che le sono state rivolte.

Il documentario inizia con una Greta quindicenne seduta davanti al Parlamento svedese nel 2018. Come tutti sappiamo è proprio questa immagine che l’ha resa famosa nel mondo infatti è il suo attivismo che l’ha resa un simbolo per tanti coetanei.

Una prima citazione che voglio riportare merita un’analisi perché descrive alcuni aspetti della condizione che mi hanno molto toccato

“Sono un’abitudinaria e noto i piccoli dettagli. E quando mi interessa un argomento mi concentro come un laser su di esso e posso farlo per tante ore senza annoiarmi “

Ho già parlato dell’importanza della routine per la persona autistica . Gli altri due aspetti della citazione parlano dei cosiddetti interessi assorbenti che meritano una loro analisi in un altro momento per raccontare i miei e l’iperfocus autistico su un certo argomento che ti fa dimenticare tutto il resto, anche la fame e la sete.

Nella narrazione fatta direttamente da Greta si racconta anche di temi delicati come depressione e disturbi alimentari, sviluppati dopo aver scoperto che la situazione climatica era – ed è – molto critica. Greta è vegana ed è arrivata alla scelta di diventarlo proprio perché la sua elevata sensibilità verso gli animali la stava conducendo verso l’autodistruzione. Un giorno tratterò il tema della selettività alimentare e dei risvolti che ha ma non è semplice visto che sono temi da non sottovalutare.

Svante, padre di Greta, ammette che la figlia ha una memoria fotografica molto sviluppata e ricorda un gran numero di informazioni dopo una sola lettura. Ho parlato della memoria nella mia condizione e sapere che condivido questa capacità con lei mi fa sorridere.

Greta riesce, inaspettatamente, ad attirare l’attenzione dei politici e viene invitata in Polonia per un convegno di tre giorni durante il quale tiene il primo di una lunga serie di discorsi brutalmente onesti e nei quali si lascia andare all’emotività. In questo frangente il padre racconta che la ragazza ha sviluppato mutismo selettivo come conseguenza della depressione e ha perso un anno di scuola. Infatti, incredibilmente, Greta appare tranquilla davanti a chi le chiede foto e sorride. Quando il convegno termina la ragazza pensa che tornerà alla sua solita routine e nessuno la ricorderà. Con grande sorpresa, invece, in tutto il mondo iniziano gli scioperi per il clima ispirati proprio da lei.

Ormai è diventata un simbolo e comincia il giro per il mondo per seguire gli scioperi e tenere discorsi davanti ai politici come Il Presidente francese Emmanuel Macron e la Commissione Europea. La ragazza non prende l’aereo e si sposta in treno o in auto, infatti, quando verrà invitata a New York, noleggeranno uno skipper per evitare il volo.

Un momento cruciale è la sua difficoltà a capire che deve mangiare e il corteo di manifestanti può aspettarla. Senza il padre non lo farebbe perchè sente la responsabilità e teme che i manifestanti si innervosiscano se non torna subito. Rischia ancora una volta di ricadere nella trappola e non mangiare a causa della negazione verso lo stimolo. La si vede anche in tante occasioni mentre cura con grande attenzione i suoi discorsi e il padre cerca di dissuaderla perché tanto nessuno li leggerà. Ecco l’attenzione ai dettagli citata nella frase sopra. La capisco visto che anch’io ricontrollo svariate volte i miei articoli e cerco fonti attendibili per ricerche che hanno una certa serietà e per le quali Wikipedia non è sufficiente.

La visibilità ha come diretta conseguenza il ricevere commenti anche molto pesanti da parte di adulti che la considerano manipolata o malata perché non hanno abbastanza conoscenze sulla sua condizione. Greta reagisce con molta maturità e non dà peso a queste parole.

Per concludere vi lascio la sua risposta alla domanda “Soffri della Sindrome di Asperger?”

“No, non direi che ne soffro, ma sì, ce l’ho”

Tra l’altro Greta ha una sorella di nome Beata che è autistica come lei.

Il documentario fa riflettere molto e mette in evidenza che abbiamo un solo pianeta che non durerà per sempre. Greta magari ripeterà le ovvietà che gli scienziati dicono da anni ma a quanto pare è proprio la voce di giovani attivisti che scuote le coscienze degli altri.

Un’altra biografia da conoscere per riflettere. Sicuramente recupererò il libro La nostra casa è in fiamme, una frase che troverete anche nel documentario detta proprio da lei.

A presto,

Cate L. Vagni

P, la mia adolescenza trans di Fumettibrutti e la disforia di genere

Primo articolo del nuovo anno e non potrebbe esserci esordio migliore.

Oggi parlerò della prima graphic novel mai letta ovvero P, la mia adolescenza trans della fumettista Josephine Yole Signorelli aka Fumettibrutti.

P, la mia adolescenza trans di Fumettibrutti, 2019

Parlare di questa graphic novel non è facile sia perché le tavole sono molto esplicite tanto che non posso, a malincuore, allegarle all’articolo per evitare spoiler sia perché è la sua autobiografia e io non riesco a dare un’opinione sulle autobiografie – vedesi Eccentrico – , soprattutto se trasmettono così tanto dolore e sofferenza di una vita in cui non ti senti al tuo posto e arrivi quasi allo sbando totale.

I disegni hanno due colori ovvero il giallo e il viola, il primo per la narrazione degli eventi quotidiani, il secondo, più scuro, per evidenziare i momenti di crisi e sofferenza.

P è il deadname dell’autrice. Nome di battesimo mai scritto per intero che aveva prima di iniziare il percorso transizione . Non vale per tutte le persone trans, ma solitamente queste chiedono di non usare il nome che avevano alla nascita anche se magari lo dicono o, se sono famose, è comunque conosciuto.

Caso recente è quello dell’attore Elliot Page, che ha fatto coming out come transgender, del quale il deadname è ovviamente conosciuto ma non lo riporterò per rispetto.

Il suo coming out su Instagram

Una precisazione fondamentale sono i pronomi che le persone trans richiedono per sé stesse, per esempio Elliot chiede di essere definito con i pronomi he\they. Il dibattito sul neutro è vivo e sentito in Italia soprattutto e spesso questa richiesta non viene accolta positivamente proprio perché la nostra lingua non ha più un neutro come il they inglese. E’ un tema che approfondirò con la dovuta attenzione con saggi come Femminili singolari di Vera Gheno.

Partiamo dalle basi, ovvero la differenza tra cis e trans e quello tra genere e sesso:

La maggioranza delle persone è cisgender, ovvero si riconosce nel sesso che le è stato assegnato alla nascita e spesso questo coincide anche con il genere a esso legato con i suoi “ruoli sociali”.

Quindi un uomo che si sente uomo e si riconosce nel genere maschile è cis, così come una donna cis in linea di massima accetta il suo corpo femminile e il genere.

Per le persone trans questa coincidenza viene meno e si manifesta una condizione chiamata Disforia di genere che viene diagnosticata dai medici per darle la possibilità di cominciare il percorso ormonale. Infatti si parla di Female to Male, come lo Youtuber Richard Thunder , e Male to Female, come l’autrice. Il termine condizione non è casuale: anche la disforia, come l’Autismo, non è una malattia ma, se crea un disagio sociale troppo grande nella persona che la vive, si lega indissolubilmente a disturbi come la depressione o l’ansia.

Esistono anche persone chiamate non binary che non si riconoscono in nessuno dei due generi. Vorrei approfondire gli studi di genere e magari un giorno lo farò anche per spiegare le varie declinazioni che prende questo termine in tutte le sue sfumature.

Un paragone spesso utilizzato per far capire la differenza tra questi due termini è quello con la Gallia cisalpina e transalpina o con l’isometria cis- trans in chimica.

Altra differenza da spiegare è quello tra transgender e transessuale perché il primo è un termine ombrello che racchiude chi inizia il percorso ormonale ma per vari motivi non si sottopone all’intervento ai genitali mentre il secondo indica un percorso che inizia con la terapia ormonale e culmina con le varie operazioni chirurgiche.

Oltretutto P viene scambiato per una ragazza perché indossa le calze a rete e si trucca anche se non ha ancora iniziato il percorso per ottenere la diagnosi di disforia di genere. Questa pratica si chiama passing ed è umiliante per chi la riceve perché viene associato al genere opposto rispetto a quello di nascita.

La storia di Fumettibrutti ha una seconda parte uscita nel 2020, intitolata Anestesia, che racconta la transizione e leggerò sicuramente.

E’ stata una lettura forte che mi porterò sempre dietro e mi ha condotto a fare ricerche per sensibilizzare su un tema che è ancora ampiamente frainteso. Il linguaggio va sempre usato con la dovuta attenzione e conoscere è il primo passo per non fare determinati errori.

A presto,

Cate L. Vagni

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