Raccontare l’autismo attraverso la stand up comedy: Hannah Gadsby

Tornano gli articoli “fuori programma ma non troppo” dato che ora inizia la sessione invernale e per scrivere la recensione della graphic novel P, la mia adolescenza trans di Fumettibrutti voglio prima fare delle ricerche sulla terminologia per aggiungerla alla recensione visto che non posso dire molto essendo la sua autobiografia.

Oggi volevo parlarvi di una scoperta fresca risalente a ieri sera anche se in realtà ne ho sentito parlare mesi fa da Irene Facheris o Cimdrp in Palinsesto femminista che trovate su Spotify ma anche in tutte le applicazioni simili: la stand up comedian australiana Hannah Gadsby.

Questa comica ha per il momento due spettacoli disponibili su Netflix : il primo si intitola Nanette e parla della sua omosessualità, il secondo Douglas che ha come tema l’Autismo e la sua esperienza di diagnosi tardiva.

Questo spezzone è esilarante: la Gadsby racconta questo aneddoto legato a una lezione sulle preposizioni durante la quale la sua mente si fissa talmente tanto sull’esempio scelto dall’insegnante che si crea una sorta di “teatro dell’assurdo” in cui la piccola Hannah continua a fare domande minuziose sulla scatola finché la maestra non perde la pazienza proprio per la sua petulanza e per il fatto che non stava riuscendo a spiegare l’argomento della lezione.

La mente autistica, in effetti, tende a fissarsi su dettagli apparentemente secondari in certe spiegazioni e spesso si fanno voli pindarici proprio su quel dettaglio ignorando il resto. Non per questo, però, la persona non ha automaticamente capito la spiegazione solo perchè ha un modo diverso per arrivare alla soluzione. Devo ammettere che è successo spesso anche a me soprattutto iniziando a studiare filosofia che mi ha portato a ragionare molto per parlarne in privato con l’insegnante.

La Gadsby ha un umorismo sui generis che forse non tutti apprezzeranno. A me questo spettacolo è piaciuto davvero tanto e mi sono rivista nelle sue espressioni facciali. Questo spettacolo basta a smentire lo stereotipo dell’autistico privo di (auto)ironia che non sa scherzare.

Ci sono dei momenti in cui il tono cambia radicalmente e lo spettacolo diviene quasi serio che sono fondamentali per la riflessione. Lo volevo guardare da tempo e non me ne sono affatto pentita. Nei prossimi giorni recuperò Nanette.

Un’esperienza che aiuta a riflettere e sensibilizza senza diventare pesante e rischiate di annoiare. Consigliata per passare un’ora utile a smantellare determinati stereotipi duri a morire, criticati da lei stessa. Attenzione alle frecciatine che potrebbero colpire nel segno e non piacere, ma, ehi, fa parte del gioco, no?

Nulla da aggiungere, se qualcuno l’ha visto o vorrà farlo dopo la mia breve presentazione il dibattito è sempre ben accetto e i commenti sono attivi.

A presto con quella graphic novel così potente che merita una degna presentazione sia per i disegni che per la storia in sé e i termini a essa legati che vanno conosciuti e compresi. Il linguaggio è importante sempre, in questi mesi l’ho preso molto a cuore e userò il blog anche per questo.

Cate L. Vagni

Livelli di comunicazione e complicazioni

Il tema della comunicazione è molto delicato nella mia condizione perché è uno dei fondamenti della diagnosi.

La comunicazione è alla base della vita di tutti noi e si divide in verbale e non verbale.

La comunicazione verbale parte dalla voce. La voce ha un tono e un volume e si basa sulla prosodia, ovvero l’uso delle pause nel parlato per riprendere fiato.

A me spesso viene detto che non controllo il volume della voce e spesso urlo anche se magari sono tranquilla. La prosodia nel mio caso è pressoché inesistente e capita di parlare senza scandire bene le parole e troppo velocemente senza pause così come mi viene ripetutamente detto che la mia voce non ha tono. Peraltro ho studiato teatro ma questo problema è rimasto. Un giorno magari racconterò la mia esperienza con un insegnante che, per quanto breve, è stata assai significativa.

Al contrario, ad altri autistici magari capita di caricare troppo il tono di voce tanto da farlo sembrare comunque innaturale.

A seguire si passa alle espressioni facciali, che aiutano a guidare la conversazione almeno nella maggioranza dei casi. Sono collegabili anche alla controparte non verbale che analizzerò dopo.

Poi si passa a tutta quella parte di verbale che è legata al linguaggio non letterale ovvero umorismo, ironia, sarcasmo e metafore.

E’ pensiero comune che gli autistici non colgano mai l’ironia negli altri. Ovviamente è sbagliato ragionare per assoluti: io penso di capire l’ironia e il sarcasmo dopo un primo momento di confusione e se non rido molto probabilmente potrebbe essere la battuta a non essere divertente. Anzi, non è così raro che io abbia la sensazione che siano gli altri a non cogliere la mia ironia guardandomi con aria perplessa. Oppure a volte si creano situazioni paradossali tra me e il mio ragazzo perché so che è ironico ma dò l’idea di essermi offesa nonostante la consapevolezza che stia scherzando. Le mie reazioni portano fraintendimenti involontari anche perchè non sono effettivamente arrabbiata.

Sulle metafore è opportuno fare una grande premessa: l’enorme differenza nel pensiero tra autismo – visivo – e neurotipicità – astratto – può essere il fondamento per cui esiste questa difficoltà: gli autistici tendono a interpretare tutto letteralmente e a “concretizzare” le metafore quindi non le comprendono pienamente e certe immagini potrebbero addirittura sembrare disturbati come “Ti parlo con il cuore in mano”.

Il pensiero visivo quindi porta alla creazione di un’immagine concreta per un concetto astratto che altrimenti non verrebbe compreso. Per quanto sia una delle grandi caratteristiche dell’autismo io ancora non so come rapportarla a me stessa e spiegarla in modo comprensibile. Posso solo dire che adoro le metafore e in linea di massima le capisco perfettamente. Mi verrebbe da dire che senza metafore avrei molte complicazioni a esprimere tantissimi concetti che magari ho chiari ma non riesco a verbalizzare, soprattutto se parliamo di emozioni.

Arriviamo al secondo livello di comunicazione: il non verbale.

Il non verbale gioca sull’interpretazione ed è ancora più difficile da cogliere rispetto, per esempio, all’ironia.

In questo tipo di comunicazione spesso non basta essere bravi osservatori come succede a molti autistici per via dei mille ostacoli che si incontrano nella socialità. Come ho scritto sopra le espressioni facciali possono considerarsi lo spartiacque tra verbalità e non verbalità: essendo influenzate dalle emozioni, anche un impercettibile e repentino cambio di espressione può essere un aiuto per comprendere la situazione.

Direttamente collegato abbiamo il linguaggio del corpo che si fonda su postura e gestualità. Ho sentito di persone autistiche che purtroppo, solo a posteriori hanno compreso di aver subito comportamenti inopportuni e non richiesti perchè sul momento non hanno colto i segnali del corpo nell’altro. E’ un discorso troppo delicato da trattare e mi fa venire un nodo alla gola pensare che una donna autistica sia più vulnerabile di una neurotipica per questo.

Anche lo sguardo ha un ruolo fondamentale in questo gioco della comunicazione. Per un autistico è particolarmente faticoso sostenere lo sguardo altrui sia per via dei miliardi di stimoli sensoriali intorno a lui sia per carattere. Purtroppo, però, questo crea un enorme fraintendimento e le persone autistiche vengono accusate di non stare ascoltando proprio perché non fissano l’interlocutore.

Tutto ciò che non è palese non viene colto immediatamente e ci vuole un attimo a offendere involontariamente l’altro perché manca una parte della scambio che per l’altro magari era molto importante.

Non sempre colgo i segnali dati dalla gestualità in effetti, per farlo devo analizzare a posteriori la situazione e riflettere su ogni aspetto vissuto e su tutto ciò che ho visto. Dire che sarebbe meglio essere sempre chiari senza sottintendere nulla è una richiesta forse inapplicabile perché in certi momenti possono essere necessari. Posso capirli meglio se il legame con quella persona è abbastanza forte e ho imparato a comprenderla. Sullo sguardo confermo di non riuscire a mantenerlo soprattutto se provo emozioni forti o sono in difficoltà ma ad oggi molte persone sanno che le sto ascoltando anche se magari mentre camminiamo guardo avanti o da seduti faccio altro. So che, per esempio, a un colloquio o durante un esame è fondamentale mantenere lo sguardo infatti esistono strategie utili per riuscire ad arginare la difficoltà come trovare un dettaglio sul viso dell’interlocutore per dare l’impressione di guardarlo anche se non negli occhi.

Questo tema è ovviamente stato ispirato dallo scorso articolo e ho quindi deciso di approfondirlo.

Spero che sia abbastanza chiaro,

A presto,

Cate L. Vagni

Nuove terminologie, espressioni facciali e autismo

Nello scorso articolo ho analizzato minuziosamente il personaggio di Elsa di Frozen e come questa può avvicinare i bambini alla mia condizione. Da qui nasce l’idea per quello che cercherò di spiegare oggi ovvero come i cartoni animati aiutano i bambini autistici a decodificare le espressioni facciali, capirle e imitarle.

Ma, prima di parlare di questo, mi pare opportuno farvi sapere che, grazie a un articolo di Fabrizio Acanfora su Intersezionale, sono venuta a conoscenza di un nuovo termine che è fondamentale divulgare: neuroatipicità.

In questi mesi, parlando della mia condizione, ho usato il termine neurodiversità in opposizione a neurotipicità ma, in realtà, dopo questa scoperta ho capito che quel termine non è un opposto, il contrario effettivo è neuroatipico.

Per capire la Neurodiversità bisogna fare un parallelo con la biodiversità in natura. Questo concetto è infatti stato coniato da Judy Singer per indicare ogni tipo di diversità che accumuna il genere umano dato che, sia tra autistici che tra neurotipici non esisteranno mai persone completamente identiche.

Neuroatipico, quindi, è la persona che ha uno sviluppo cognitivo che non segue quello tipico, lo si può considerare termine ombrello per racchiudere non solo lo Spettro Autistico ma anche i DSA, ADHD e Tourette.

A me il termine neurodiverso – e la soprattutto la sua variante neurodivergente– piace.

Dopo la presentazione di questo termine, veniamo al tema dell’articolo.

Partiamo dal presupposto che le espressioni facciali sono strettamente legate alle emozioni. Spesso capita che le persone autistiche non sappiano interpretarle e questo porta fraintendimenti più o meno grandi nella comunicazione non verbale.  Una signora intervistata per la rubrica L’Autismo risponde ha detto che i suoi muscoli facciali sono statici quindi non si può intuire il suo stato d’animo dal viso.

Mi ha colpito molto questa testimonianza perchè anch’io ho molte difficoltà a gestire i muscoli facciali e mi viene spesso fatto notare che sembro storcere la bocca anche se non provo fastidio o non c’è cattivo odore. Questa discrepanza nasce dal fatto che non ho la percezione del mio viso e dei muscoli perché mi guardo poco allo specchio. E’ un discorso molto complesso che può anche essere frainteso dato che guardarsi allo specchio rientra tra le azioni minime da compiere per prendersi cura di sè e avere un piccola dose di vanità.

E’ difficile spiegare questa questione della percezione del mio viso e come lo vivo ogni volta che mi viene detto che sembro costantemente avere una smorfia sul viso quindi, per quanto mi piaccia  fotografarmi, ho sempre paura che non sembri un sorriso anche se ci sto provando con tutta me stessa – e la situazione mi aiuta a sorridere naturalmente, soprattutto -. Invece altri trovano le mie espressioni molto carine tanto da essere simili alle immagini chibi prese dalla cultura giapponese.

I personaggi di Hetalia versione chibi

La difficoltà a codificare le espressioni facciali, appunto, può essere facilitata dai cartoni animati perchè queste sono spesso estremizzate e quasi caricaturali.

Come supporto a questa affermazione ho trovato la testimonianza di una ragazza autistica che seguo su Instagram ha raccontato che lei le ha imparate copiando Ariel de La Sirenetta.

Negli anime, poi, le emozioni sono portate ancora più all’estremo, soprattutto la rabbia.

Lucinda e la rabbia

Ecco, per esempio, Lucinda dei Pokèmon decisamente adirata con l’altro personaggio che non l’ha riconosciuta. Direi che il vulcano alle sue spalle non dà adito a fraintendimenti riguardo alla rabbia che prova.

( Riguardandola mi è venuto da ridere anche perchè è il mio personaggio preferito. Non potevo non usarla come esempio xD)

L’esagerazione si ha anche nella rappresentazione delle emozioni positive. Come i sempiterni cuori che sbucano da ogni parte per evidenziare l’innamoramento.

Oppure anche vari simboli che compaiono sulla testa del personaggio possono dare suggerimento sull’emozione provata: una goccia per l’imbarazzo o una croce per indicare fastidio.

Emozioni ed espressioni in anime e manga

Essendo espressioni volontariamente portate all’estremo sono un buon punto di partenza che deve essere elaborato e adattato a una realtà dove le reazioni sono nella maggior parte dei casi più controllate e quindi questo collegamento non è così automatico. L’unico caso in cui le espressioni possono essere caricate è il teatro oppure anche durante le discussioni è più immediato il collegamento emozioni\ espressioni.

Per altro mi viene da dire che questa rappresentazione in un certo senso schematica delle emozioni sia presente anche nelle emoji usate nei messaggi che sono un’infinità e a volte non si capisce nemmeno a cosa collegarle effettivamente.

Un articolo semplice che spero abbia dato buoni spunti di riflessione, purtroppo il materiale per ricerche è molto scarno e mi sarebbe piaciuto avere fonti consultabili da indicare.

A presto,

Cate L. Vagni

Analisi di un personaggio: Elsa di Frozen (probabili spoiler di Frozen II- il segreto di Arendelle)

Un articolo un pò particolare che volevo scrivere da qualche tempo perché Elsa è forse il mio personaggio preferito in assoluto in generale infatti rientra nella lista dei probabili cosplay che vorrei fare.

La mia analisi si basa su un articolo del forum di Spazio Asperger e affronterà vari punti. Vorrei dire che eviterò gli spoiler del secondo film uscito un anno fa, ma è impossibile dato che lei è la protagonista.

Partiamo dal principio:

Elsa bambina nelle prime scene del film

Elsa è una principessa che vive nel regno di Arendelle. La sua particolarità è avere poteri magici legati alla criocinesi. Nelle prime scene del film compare anche la sorella minore, Anna.

Anna sveglia Elsa per giocare

La bambina vuole giocare con la sorella e la sveglia per questo. Tutto fila liscio finché Elsa colpisce accidentalmente la piccola alla testa perché cerca di evitare che cada dalle strutture di ghiaccio da lei create.

Da quel momento le due sorelle vengono divise forzatamente e i genitori si concentrano su Elsa per cercare di aiutarla a controllare questo potere lasciando da parte la secondogenita fino a che le due non restano orfane.

L’analisi inizia da qui:

Anna cerca di avvicinarsi alla sorella che però la rifiuta costantemente e, dall’altro lato, lei stessa non riesce a controllare i suoi poteri.

La buona fede dei genitori ha portato Elsa ad aver paura di sè stessa per anni e quindi non riesce a comunicare con la sorella, alla quale hanno cancellato la memoria e di conseguenza non ricorda dei poteri della sorella maggiore.

La scelta di parlare di Elsa non è casuale: Spazio Asperger la presenta come probabile rappresentate dell’autismo femminile.

La ragazza non comunica, o almeno, non a parole: si esprime con più naturalezza contando. Così come spesso l’autistico ha altre strategie comunicative perché è non verbale.

Fin qui nessun problema perché come ho già detto, anch’io mi esprimo meglio scrivendo per esempio. Ciò che mi ha fatto storcere il naso andando avanti con la lettura dell’articolo preso in esame è che, come sempre, l’Autismo viene associato alla mancanza di empatia.

Nel caso specifico la principessa sembra non rendersi conto che Anna chiede il suo aiuto anche perché sono rimaste solo loro due. Secondo me è una semplificazione eccessiva: come scritto sopra, lei cresce con l’idea di essere una bomba a orologeria che potrebbe anche uccidere la sorella minore nel momento in cui perde il controllo dei poteri. Si percepisce come un mostro e anche se volesse non può rispondere alle richieste dalla sorellina perché vuole proteggerla da sé stessa.

So per esperienza che non è questione di avere o meno empatia, a volte le difficoltà a entrare in contatto con qualcuno hanno una radice diversa e solo il tempo potrebbe portare a un riavvicinamento.

Se Anna è assai socievole e solare, la futura regina non ha la minima idea di come interagire con gli altri.

La difficoltà a interagire con gli altri e nella socializzazione è un punto cardine della diagnosi. La mia esperienza in merito verrà analizzata a tempo debito.

Non solo: i genitori le hanno lasciato dei guanti che deve indossare proprio il giorno dell’incoronazione per contenere i poteri.

I guanti di Elsa

Ho approfondito molto la sensorialità autistica e la sensibilità della ragazza a questo tipo di tessuto rappresenta un’ulteriore prova che lei può avvicinare le persone alla mia condizione.

Arriviamo al momento in cui le due sorelle finalmente si incontrano e hanno un accenno molto imbarazzato di conversazione.

Le due sorelle si rincontrano dopo anni

Ma, purtroppo, basta un nonnulla per far perdere il controllo ad Elsa ed è costretta a fuggire abbandonando il suo regno in un inverno perenne.

Tutti conosciamo Let it go \ All’alba sorgerò ma vi voglio lasciare comunque una versione della quale mi sono innamorata e la trovo una buffa coincidenza

La cover viene dalla prima puntata della sesta stagione e, come tutti i fan di Glee sanno, la doppiatrice originale di Elsa, ovvero Idina Menzel, era la madre biologica di Rachel Barry.

Ma torniamo alla fuga di Elsa:

Il nuovo vestito di Elsa

I suoi poteri, secondo Spazio Asperger, sono associati alla Sindrome di Savant e la forma assunta dal ghiaccio quando Elsa tocca gli oggetti richiama anche l’epilessia. Ho accennato al savant nello scorso articolo su plusdotazione e Quoziente Intellettivo: persone con grandi doti ma che nella maggioranza dei casi hanno ritardi mentali gravi e vivono in appositi istituti per essere seguiti tutta la vita.

A dire il vero, la più comune della associazioni fatte con i poteri della nostra protagonista è l‘omosessualità. Il parallelismo non è del tutto improprio visto che, in un certo senso, esporsi e parlare di autismo può essere considerato a tutti gli effetti un Coming out.

Elsa, non sopportando il peso di una socializzazione forzata nella quale è profondamente a disagio e deve mascherarsi, sceglie la fuga dopo quello che può essere considerato un meltdown con una conseguenza che colpisce tutta Arendelle ma ovviamente non dipendeva dalla sua volontà. Riesce a essere sè stessa senza filtri solo nel castello che lei stessa crea.

I poteri hanno un forte legame con le sue emozioni infatti appena Anna tenta di parlarle nuovamente lei si lascia di nuovo dominare dalla paura e rischia davvero di ucciderla dato che il raggio la colpisce al cuore.

Ma tutto finisce nel migliore dei modi e le due sorelle si riavvicinano. Di conseguenza Anna aiuta Elsa a imparare a convivere con i suoi poteri meglio di quanto abbiano fatto i genitori.

Siccome l’analisi di Spazio Asperger si basava solo sul primo film, per quel poco che posso dire sul secondo ci proverò da sola.

Non mi voglio soffermare troppo sul fatto che tanti etichettino Elsa come una Mary Sue, archetipo di personaggio femminile perfetto che ottiene tutto senza alcuna difficoltà e nel corso della storia non cresce davvero. Esiste anche la controparte maschile, ovvero Gary Stu. Non posso essere d’accordo con questo giudizio così duro.

Nel secondo capitolo Elsa entra in contatto con la tribù della madre, che richiama il popolo Sami – comunemente e non del tutto propriamente chiamato lappone ma non è la sede per parlarne perché è un discorso troppo complesso.- , un popolo che vive nella foresta a stretto contatto con gli spiriti della natura.

E’ un viaggio alla scoperta di sé che culmina con la completa accettazione della sua natura e il superamento della paura che l’ha accompagnata tutta la vita.

Abito finale

Nei miei sogni, se mai farò il cosplay, vorrei indossare proprio questo abito ma purtroppo temo che sia scomodo da portare quindi mi accontento dell’abito del primo film.

L’unico spoiler che lascerò, se così lo vogliamo chiamare, è la canzone finale Show Yourself.

Solitamente le tracce più importanti sono rilasciate prima dell’uscita del film quindi non so se considerarlo spoiler.

Mi sento molto legata a questa canzone e, benché io storca il naso ogni volta che sento parlare di diagnosi a personaggi immaginari, non posso dire di non sentire una forte affinità con Elsa e le sue difficoltà. Lei rappresenta ogni tipo di diversità e gli ostacoli che questa incontra nella società.

E la parte più bella è che entrambe le sorelle hanno il loro finale dopo un percorso così tortuoso e restano unite anche se non sono fisicamente insieme.

E’ stato una disamina molto sentita che spero vi abbia fatto capire come si possono realizzare personaggi che avvicinano i più piccoli alla mia condizione. Un altro esempio che voglio portare è Newt Scamander di Animali fantastici che è stato confermato come autistico dalla stessa autrice ma con la stessa premessa sull’empatia che sopporto poco.

A presto,

Cate L. Vagni

Quando la Guerra sembra una cornice per una riflessione più ampia su temi delicati: Per chi suona la Campana di Hemingway

“… And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee. \ … E allora non chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te

Da un sermone di John Donne

Libro in formato ebook, Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, 1940

Una lettura che mi ha accompagnata per mesi. Sul profilo Instagram del blog ho dedicato ben due post a questo romanzo, vi lascio il collegamento a quello dove ho parlato del linguaggio e di una scelta che mi ha molto colpito.

Partiamo dalla citazione scritta sopra che dà il titolo al romanzo. Il verbo toll in lingua inglese indica proprio il rintocco della campana funebre.

Thee è invece una forma arcaica del pronome you. Nel romanzo è una forma assai ricorrente anche perché i personaggi spesso parlano inglese traducendolo dallo spagnolo e quindi risulta molto sgrammaticato. Ci sono espressioni idiomatiche spagnole che vengono tradotte quasi letteralmente e altre possono suonare altrettanto insolite e sgrammaticate perché sono stratagemmi dell’autore per edulcorare parolacce o parole riferite al sesso. La più frequente è I obscenity in come per sostituire l’imprecazione equivalente a vai al Diavolo – non voglio scrivere l’altra ma si capisce.-

L’ambientazione è la Guerra di Spagna e ci troviamo tra Segovia e Madrid. Il nostro protagonista è un alter ego dell’autore, Robert Jordan. Jordan è un volontario che combatte per la Repubblica contro i Franchisti. Un insegnante di spagnolo. Il suo compito è far saltare un ponte. Per farlo si unirà a una banda di guerriglieri capitanata da Pablo e dall’anziano Anselmo. Le uniche donne della banda sono Pilar, zingara moglie di Pablo, e Maria.

Lo stile di Hemingway è lento ed evocativo e conta sulla riflessione più che sull’azione, tanto che la Guerra sembra solo una cornice fino al capitolo 25. I temi principali sono il cameratismo, l’amore e il suicidio per onore. Il tema del suicidio è legato alla cattura da parte dei nemici: la maggior parte preferirebbe lasciarsi  morire  per evitare la cattura . Il personaggio e il racconto alla base di questa riflessione è il padre del protagonista, che lui definisce codardo per aver preso quella decisione a seguito di una cattura. E’ un tema molto delicato che non mi sento di approfondire.

In questo contesto l’unico barlume di speranza è proprio lei, Maria, giovane ragazza che segue la banda: le amare promesse di una vita condivisa tra lei e Robert a Madrid ti scaldano il cuore ma allo stesso tempo lo stringono in una morsa. Lei rappresenta l’innocenza, si è trovata suo malgrado in una situazione avversa e cerca in tutti i modi di tramettere positività. Anselmo parla di lei con Robert perché lui non si è mai innamorato e Anselmo non vuole che Maria venga considerata una prostituta per aver dormito con lui. Un amore puro che viene troncato prima di potersi evolvere proprio a causa della situazione circostante.

Il capobanda, Pablo, è un personaggio assai realistico nelle sue peggiori sfumature di assassino senza alcuna moralità, un guerrigliero che vuole solo portare a termine la missione e non guarda in faccia nessuno. E’ sgradevole nel suo essere furbo e calcolatore.

La scelta dell’autore di fondare la narrazione sulle riflessioni e lasciare da parte il conflitto fino alla metà del romanzo può sicuramente confondere chi vuole leggere un romanzo dove la Guerra viene vissuta solo come pura azione. Posso capirlo perché c’è stato un capitolo in particolare, il decimo, che mi dava l’impressione di essere infinito a causa della lunghezza dei ricordi raccontati.

Mi verrebbe quasi da proporre un confronto con uno dei miei libri preferito letto due anni fa, ovvero Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Confronto da prendere con le pinze visto che forse non fanno nemmeno parte della stessa corrente letteraria e narrano due momenti differenti che fanno entrambi parte della Seconda Guerra Mondiale: Calvino racconta la Resistenza italiana.

Nel romanzo di Calvino la Resistenza  è narrata con gli occhi di un bambino che vuole imitare gli adulti come una specie di gioco, solo il titolo fa riferimento al luogo dove Pin si nasconde come un bimbino che gioca e la pistola è uno strumento che ha un valore quasi magico per lui.

Se in Hemingway abbiamo staticità e riflessione, in Calvino l’azione è viva e frenetica e le riflessioni sono sottointese nella narrazione. Pur trattandosi di una sorta di fiaba si sente la disillusione di un bambino cresciuto troppo in fretta.

Due romanzi  conoscere e leggere e due autori che approfondirò.

Spero che questa analisi vi abbia incuriosito,

A presto,

Cate L. Vagni

Sfatiamo falsi miti: Plusdotazione, genialità e prodigio vs attitudine e memoria nell’autismo

Ecco un altro bell’articolo che molto probabilmente supererà il record di quello sulla sensorialità nell’Autismo, che, secondo il conteggio delle parole, ne ha millecentocinquatasette. Grazie a Wattpad per questo dato :’).

I punti che voglio approfondire per sfatare il falso mito dell’autistico genio nella scienza sono almeno quattro: spiegare la definizione di Alto Potenziale Cognitivo o Plusdotazione – o, giftedness in inglese e fare un parallelismo con genialità e prodigio per poi passare a parlare di memoria a lungo e breve termine, fotografica ed eidetica per finire con le attitudini. Ovviamente dove posso racconterò la mia esperienza personale. Iniziamo.

Alto Potenziale Cognitivo contro genialità e prodigio

L’APC si manifesta fin dalla tenera età e si basa soprattutto sul Quoziente Intellettivo, che supera i 130. Sono bambini estremamente curiosi e precoci nella lettura, nella comprensione del testo e nell’esecuzione di calcoli. Spesso si parla di dissincronia: il bambino ha un grande talento e una grande predisposizione ma scarse capacità sociali perché i certi giochi sono ritenuti stupidi o gli stessi coetanei lo trovano troppo saccente e antipatico. In classe si annoia facilmente perché comprende la lezione con molta più immediatezza dei compagni e questo lo porta o a fare domande che o non hanno risposta o anticipano troppo e di conseguenza si distrae con molta più frequenza e potrebbe diventare rumoroso. Tende a preferire la compagnia di adulti.

Esistono differenti categorie di Alto Potenziale Cognitivo, quelle che mi interessa trattare sono i cosiddetti gifted underachievers e dei 2E.

Non c’è una vera traduzione per gifted underachiever ma si può spiegare come colui che ha un grande talento che resta inespresso dato che nessuno lo valorizza e di conseguenza, nonostante abbia tutte le carte in regola, spesso è talmente a disagio a scuola che non conclude il suo percorso.

Da qui il parallelismo – o opposizione? – con genialità e prodigio.

Prodigio è in un certo senso un sinonimo di gifted e indica una persona assai talentuosa che sa tutto del suo campo e spesso, anche se bambino, risulta più competente di un adulto nello stesso a livello teorico. Il grande esempio è Wolfgang Amadeus Mozart che componeva opere fin dai cinque anni. Il prodigio non sempre ha la possibilità di portare un vero cambiamento nella sua materia pur avendo grandi capacità.

Di geni ce ne sono stati molti nella storia, soprattutto nella scienza.

Ecco il punto: dove il prodigio potrebbe non riuscire a portare innovazione nel suo campo o mostra attitudini che restano inespresse magari per tutta la vita, il genio aiuta la società con i suoi lavori.

I 2E o Doppiamente eccezionali sono tutti quegli APC che rientrano in altre neurodiversità come Autismo – o Asperger -, ADHD o DSA.

Ne possiamo assumere che non tutti gli Asperger sono geni e tutti i geni non per forza sono autistici. Mi viene in mente il caso emblematico e recente di Laurent Simmons, laureato in ingegneria a nove anni. Questo ragazzo potrebbe essere un genio anche se per ora è prematuro dirlo, ma indubbiamente è un prodigio.

Ora passiamo alla memoria.

Se nel primo punto non potevo fare grandi parallelismi con me stessa pur rivedendomi in caratteristiche come il trovarmi meglio con gli adulti, la grande curiosità e il fatto che mi annoio facilmente a sentirmi ripetere concetti che ho già chiari, non sono APC. Le persone che mi leggono, a prescindere dal fatto che mi conoscano o meno di persona, affermano che la mia capacità di comunicare con la scrittura è quasi “geniale” e fuori dall’ordinario. Io sto diventando sempre più consapevole delle mie capacità e del mio talento ma sento che la parola genio non mi si addice per vari motivi.

Venendo alla memoria, la prima divisione è tra a breve termine e a lungo termine. Io penso di avere una buonissima memoria a breve termine ma sulla seconda non saprei. Una caratteristica legata alla memoria lungo termine nell’Autismo è il pensiero visivo e la sinestesia. Temple Grandin ha scritto un saggio su questo e ne parlerò dopo le dovute ricerche. La sinestesia è un aspetto molto affascinante della mia condizione che però non vivo e quando deciderò di analizzarla magari cercherò qualche autistico sinestetico che può spiegarmela secondo la sua esperienza. La sinestesia è l’unione di più sensi in più occasioni anche se sembrano completamente scollegati tra loro come giorni della settimana e colori. Le testimonianze sulla memoria a lungo termine di vari autistici trovati su Instagram mette alla luce che certi ricordano vividamente la prima infanzia con tutta la sfera sensoriale a essa connessa.

Due termini e le relative differenze che ho scoperto recentemente sono memoria eidetica e fotografica. La memoria eidetica è spesso presente in quasi tutti le rappresentazioni dell’Autismo nelle serie TV infatti ne sono venuta a conoscenza parlando di Sheldon Cooper. Queste due sfaccettature della memoria sono a volte considerati sinonimi anche se non lo sono: la prima è la capacità di ricordare immagini, suoni o oggetti anche se visti per poco tempo e di riprodurli perfettamente, la seconda è la capacità di ricordare pagine di testo, numeri o altro con grande dettaglio. La mia è senza dubbio fotografica. Mi aiuta molto nello studio mnemonico anche se, come ho già detto. da sola fa solo metà lavoro perché potrei ricordare perfettamente dove ho letto quella informazione ma avere così tanta confusione in testa da non saperla spiegare.

Facendo l’esempio di un film che tutti conoscono e del quale riconosco il valore nonostante per motivi personali ho alcune difficoltà a sopportarlo è Rain Man: Raymond Babbit calcola a memoria il numero preciso di stuzzicadenti che sono caduti a terra o sa a memoria il numero di disastri aerei. E’ quasi comico vederlo ma in effetti c’è un fondo di verità infatti anch’io sono chiamata scherzosamente Treccani umana perché assorbo ogni tipo di informazione in maniera molto enciclopedica e teorica davvero velocemente.

( Piccola curiosità: Raymond è stato creato partendo da una persona realmente esistita che si chiamava Kim Peek e non era autistica ma savant. I savant hanno capacità straordinarie nelle arti o in altri ambiti, ma per disabilità molto grandi, che spesso intaccano anche lo sviluppo cognitivo, difficilmente possono avere una loro autonomia.)

In ultimo, le attitudini.

Sarà che sono discalculica ma non mi vedo per niente nello stereotipo del genio nella scienza. In televisione ci sono ancora poche rappresentazioni di autistico portato per le materie umanistiche.

Come tra i neurotipici, anche tra gli autistici ognuno ha le sue attitudini e non sempre sono nel campo scientifico.

Non tutti gli autistici sono geni e, ancora meno sono scienziati.

Spero che questo lungo articolo vi abbia aiutato a discernere tra genialità e prodigio per far cadere questo stereotipo molto pesante da portare sulle spalle. Per me è al pari dell’affettività e prima o poi lo spiegherò.

A presto,

Cate L. Vagni

Di routine, confort zone e cambiamenti improvvisi

In questi giorni sento una grande necessità di trattare questo argomento che ho già introdotto in un altro articolo ovvero la routine e la sua importanza per l’equilibrio della persona autistica.

E’ un momento in cui lo sento come un argomento particolarmente sensibile, più di quanto non lo sarebbe già di per sé in generale.

Da marzo a maggio c’è stato un lockdown totale che ci ha impedito di uscire. La mia routine, quando tornavo da Firenze nel fine settimana, si divideva tra studio e uscite pomeridiane con il mio ragazzo e le mie amiche. In un primo momento ho potuto continuare a farlo ma sono bastati pochi giorni perché la mia quotidianità venisse completamente scombussolata e mi sono trovata a passare l’intera giornata ad ascoltare le lezioni senza fare altro se non qualche lezione di Zumba due volte a settimana.

Veniamo al punto: in quei due mesi tutti abbiamo dovuto rinunciare alla nostra quotidianità e a qualcosa che ci faceva stare bene come lo sport, ma la prospettiva che voglio dare è un’altra: nell’Autismo pianificare la giornata e poterla rispettare previene il sopraggiungere di crisi di shutdown e meltdown. E’ complicato accettare imprevisti che fanno saltare parte della giornata anche se magari metti in conto che possano succedere.

Nel mio caso non ho una effettiva pianificazione della giornata, o almeno, non scritta: mi alzo verso le nove e mezza e studio sia la mattina che il pomeriggio prima di uscire verso le cinque. Ci sono stati momenti in cui hanno provato a farmi una pianificazione della giornata di studio se un esame andava male ma non funzionava perché io non ho riesco a studiare mattina e pomeriggio per più di due ore. Un argomento che approfondirò con la dovuta ricerca è la memoria – sia a lungo che a breve termine – nella mia condizione: io, per esempio, in quel tempo che potrebbe sembrare poco, riesco a memorizzare parecchie informazioni per poi ripeterle e mi stufo facilmente di rileggerle. Per questo con me è controproducente uno studio che dura praticamente una giornata intera. Mi alzo presto solo se so di avere qualcosa di pianificato la mattina a una certa ora, come un esame o la lezione telematica per fare un esempio concreto legato al periodo.

Nei mesi in cui ero chiusa in casa l’unico modo che avevo per vedere il mio ragazzo e le mie amiche erano le videochiamate. Essendo una persona molto affettuosa sentivo davvero la mancanza di questo aspetto anche se ero comunque felice di poter sentire chi è importante per me. Quando i programmi saltano ho attimi carichi di ansia e confusione non perché pretendo la presenza di queste persone senza contare le loro necessità. E’ un discorso assai delicato dato che nel mio caso è legato a una paura specifica, quella della solitudine, ormai radicata in me per via di alcuni aspetti del mio vissuto. Con il tempo e le dovute cautele ne parlerò, non è facile. Non c’entra la maturità, sono reazioni impulsive che ho come somma di varie situazioni che, anche se momentanee, mi travolgono e non riesco a ragionare razionalmente.

Parlando di confort zone, dopo il discorso sopracitato si potrebbe pensare che viaggiare non piaccia perché è uno sconvolgimento della routine. A me viaggiare piace molto e potrei raccontare tante esperienze che ho fatto. E’ sicuramente una microfrattura di una giornata monotona e non modificata quasi mai. Sono felice di cambiare aria perché, in effetti, dopo un po’ mi sta stretta. Sembra che io non accetti le gite fuori porta, soprattutto se proposte all’ultimo, ma il punto non è questo: l’idea potrebbe anche piacermi però sarebbe meglio darmi il tempo di prepararmi dato che lo studio è molto importante nel bilanciamento della giornata. Se in un primo momento potrebbe sembrare che io opponga resistenza è vero fino a un certo punto visto che la maggior parte delle volte modifico le mie abitudini per poter rendere possibile un programma che non potrebbe essere realizzato in altro modo. Ad esempio, può capitare di anticipare il pranzo invece della cena con amici e quindi in quel caso il pomeriggio non posso studiare. Una volta ogni tanto lo accetto ma non è possibile scambiare sempre pranzo e cena per il motivo appena citato.

Spero che il mio discorso sia comprensibile, avevo bisogno di parlarne anche considerando che mantenere la routine in questo anno è una sfida più che accettare i cambiamenti. Ci sono autistici che sono contenti di poter vivere tra le mura domestiche e non uscire, per me non è tanto la passeggiata l’importante ma il poter vedere le persone con le quali sono a mio agio dato che non è stato facile trovarle. Il macrotema dell'(an)affettività nell’Autismo è talmente sensibile, soprattutto per me, che sarà complicato parlarne e passerà parecchio tempo prima che io ci riesca.

A presto,

Cate L. Vagni

Ps: Diciamocelo, volendo trovare un lato positivi a questo scombussolamento si può dire che senza la quarantena non mi sarei mai decisa ad aprire il blog per via del mio scetticismo perché sembra un’idea ormai superata visto che ora su YouTube puoi – più o meno, non mi addentro nelle regole della piattaforma perché sarebbe un vera confusione – parlare di ogni argomento solo che io mi vergogno abbastanza all’idea di registrarmi. E’ nato il mio piccolo scaffale dei sogni e non potrei essere più felice.

Eccentrico

Oggi continuo la rubrica Le esperienze degli altri con la presentazione di Eccentrico, Autismo e Asperger in un saggio autobiografico di Fabrizio Acanfora.

Il titolo è autoesplicativo: in questo saggio Fabrizio racconta la sua storia come aveva fatto Andrea in I- Asperger. La storia di una diagnosi tardiva e di tutte le difficoltà incontrate nella vita fin da bambino.

E’ diviso per argomenti che, ovviamente, sono analizzati secondo la sua esperienza.

Uno dei punti che voglio sviscerare in un prossimo articolo per sfatare un falso mito sull’Autismo è l’idea che tutti gli autistici siano sempre e comunque geni. Io la trovo una semplificazione che non tiene conto di aspetti come le attitudini – anche perché lo stereotipo vede l’autistico associato alla scienza. Non riesco a essere d’accordo con questa affermazione ma ne parleremo in un altro momento. -. Infatti un capitolo del saggio si chiama Sapientino proprio perché la percezione è spesso quella che la persona autistica sembri pedante quando ripete ciò che ha studiato.

Una delle caratteristiche comuni alla maggioranza degli autistici è il cosiddetto masking ovvero mascherare le difficoltà e le crisi di shutdown\ meltdown e lo stimming per non spaventare chi non capisce a pieno cosa prova una persona autistica in un mondo di stimoli che sovraccaricano oltre al cercare di imitare chi ti circonda come strategia per compensare ciò che non si riesce a comprendere o non viene naturale in quanto base della condizione. Io ci sto ancora riflettendo su quanto lo abbia messo in pratica nella mia vita.

O ancora, la routine e gli interessi assorbenti che servono a tranquillizzarsi e scandire le proprie giornate senza andare nel panico. Studiare fino allo stremo ciò che interessa per capirlo in ogni sua sfaccettatura sperando di poterne parlare con qualcuno senza essere giudicati.

Si parla di bullismo, un tema assai delicato che merita di essere approfondito per sensibilizzare il più possibile.

In ultimo, l’autore ha partecipato anche ad Autismo Risponde raccontando la sua esperienza tramite alcune domande. E’ un musicista, costruttore di strumenti e collabora con l’istituto catalano di Musicoterapia – vive a Barcellona -. In questo video dove si parla di musica come risorsa per tutti afferma che può avere tanti lati positivi per l’aiuto nelle difficoltà dei ragazzi autistici.

Altra esperienza che vale la pena conoscere per comprendere la nostra condizione. Ci sono diversi punti da analizzare che ritornano in molte storie di autistici. Ho evidenziato i punti che mi hanno più colpito e approfondirò in separata serie visto che penso che sia difficile recensire una autobiografia, non credo che si possa – o, meglio, debba – giudicare la vita degli altri. In un certo senso la sento come una mancanza di rispetto verso la persona che ha raccontato la sua esperienza. Spero che si capisca il mio punto di vista, che non vale nel caso in cui si parli di un’autobiografia romanzata.

A presto,

Cate L. Vagni

Trovate Fabrizio Acanfora sul suo blog , su Facebook e Instagram.

Un articolo speciale

Oggi, 22 ottobre 2020, il mio piccolo scaffale dei sogni è arrivato a sei mesi di vita.

Questo è un articolo che introduce un tema che fa parte di me da sempre e sicuramente tornerà sotto altre forme in vari articoli.

Lo divido dal futuro articolo sui cosiddetti interessi assorbenti perché, anche se è ugualmente alla base di ciò che sono, non è quello che mi porto dietro da anni con tutti i pregiudizi che si porta dietro, cioè il Giappone con anime e manga. Avevo anticipato questo argomento un pò di tempo fa parlando del manga La Grande Avventura dal quale sono nati tutti i videogiochi del brand Pokèmon.

Oggi parlerò della musica. Questo tema per me ha tante sfaccettature che amplierò collegando ad argomenti come la danza e i miei gruppi preferiti.

In un certo senso ho anticipato l’argomento in un post sul profilo Instagram del blog dedicato a Chester Bennington. I Linkin Park sono uno gruppo musicale che per me ha un valore enorme anche e soprattutto per canzoni come Numb che credo che tanti conosceranno per via delle svariate associazioni a tanti personaggi degli anime che vivevano pressioni molto forti fino a crollare.

Sono una persona che ascolta sia musica rock – il gruppo sopracitato ne è un esempio lampante – che quella pop\ commerciale quando ho voglia di ballare.

Ho perso l’abitudine di ascoltare gli album e la musica pur avendo Spotify, che invece ho iniziato a usare per i podcast. Non riesco più a scaricare canzoni perché non trovo un programma che mi possa aiutare a salvarle nel telefono. Devo ammettere che in effetti mi manca ascoltare canzoni che mi hanno accompagnato per tanto tempo fino al primo anno di Università.

Non per importanza, grazie a mio padre, due gruppi che è opportuno citare con i quali sono cresciuta, ovvero i Beatles e i Queen.

Ci sono testi che ti entrano dentro e te li porti dietro tutta la vita. Ne ho tante e ve le racconterò per parlare di me e di ciò che ho vissuto. La danza merita un racconto più approfondito visto che ci sono varie forme in cui è entrata a far parte della mia vita, la più recente è Zumba Fitness.

Questo piccolo articolo, come il precedente, lo avevo in mente già da tempo e volevo legarlo a un momento speciale. La lista è lunga e questi sono solo i primi due.

Grazie a chi mi segue da quando tutto questo è iniziato e anche a chi sta arrivando in questi ultimi giorni. Siamo già a quaranta follower e per me è già un gran traguardo. Questo progetto richiede grande impegno e costanza dato che la sensibilizzazione richiede molta attenzione sul linguaggio.

A presto,

Cate L. Vagni

Un anno dalla laurea: maturare una coscienza femminista

15 ottobre 2019, oggi è l’anniversario della mia laurea triennale in Lettere Moderne.

Per festeggiare vi parlerò dell’importanza che la mia tesi di laurea ha avuto sulla mia crescita.

Premessa: il mio approccio al Femminismo era già iniziato da tempo grazie al Canale Youtube di Irene Facheris o Cimdrp della quale ho letto anche il libro Parità in pillole, impara a combattere le piccole e grandi discriminazioni quotidiane.

Irene Facheris, Parità in pillole, impara a combattere le piccole e grandi discriminazioni quotidiane, Rizzoli, 2020

Il suo primo libro edito Tlon si intitola Creiamo cultura insieme. 10 cose da sapere prima di iniziare una discussione ed è del 2018.

La sua rubrica, che dà il titolo al libro, mi ha aiutato ad approcciarmi al Femminismo anche se il mio spirito era ancora quiescente.

Con la tesi di laurea e la lettura integrale della quadrilogia dell’Amica Geniale di Elena Ferrante e, nello specifico, del terzo volume Storia di chi fugge e di chi resta mi sono resa conto che quello spirito voleva farsi sentire e che devo iniziare a lottare.

Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta, L’Amica Geniale, volume terzo, Edizioni E\O, 2018

Il terzo volume probabilmente è stato quello meno apprezzato dai più e posso capire perché: è denso di avvenimenti storico- politici assai frenetici che possono generare confusione. Per me, invece, è stata una lettura conturbante che mi ha portato a capire che certe lotte vanno combattute attivamente.

Lungi dal voler fare spoiler, il punto focale è proprio questo: tra i tanti avvenimenti vissuti dalle due giovani donne Elena e Lila, soprattutto dalla prima visto l’ambiente in cui si trova, si parla della nascita del Movimento femminista.

La storia del movimento è divisa in ondate ma non mi voglio addentrare troppo in una storia così complessa che, ad oggi, viene purtroppo sminuita e le femministe spesso sono malviste. Ho in programma di leggere più libri o saggi possibili sulla storia del movimento per conoscerla nel profondo.

Nel sopracitato Parità in pillole si afferma che “Il personale è politico” . Per quanto in questi anni io sia sempre stata restia a espormi per insicurezze personali, mi rendo conto che la frase non potrebbe essere più vera: volente o nolente, quando si parla di diritti si entra inevitabilmente nel campo dell’attivismo e delle battaglie politiche.

Questo è un articolo per festeggiare un evento importante ma anche per introdurre un argomento che mi sta sempre più a cuore e del quale parlerò in diversi momenti perché legato a tanti temi che tratterò.

Oltretutto, sull’Amica Geniale si possono aprire infinite parentesi sui personaggi – in particolare su Nino Sarratore, personaggio che credo sia stato detestato da quasi tutti i lettori, me compresa.- e magari lo farò con le dovute cautele nei prossimi articoli.

Spero che questo articolo vi abbia incuriosito,

A presto,

Cate L. Vagni

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